Donne e lavoro precario: tra colloqui umilianti e contratti a progetto una disfatta tutta italiana

Il percorso di vita di una donna appare semplice. È prima figlia, sorella, poi moglie e madre. Una catena che affonda le sue radici nella storia del paese, colpevole oggi di non averle mai veramente sostenute nella loro personale scalata sociale. È da secoli che la donna conosce i suoi doveri, quello di gestire la casa i figli e magari andare a lavorare ma mai come e quanto un uomo. Sempre un passo indietro perché è nata così e non ci si può ribellare alla natura delle cose. Negli anni ’60 se una donna non concepiva un figlio maschio era una disgrazia per la comunità e il pregiudizio la schiacciava. Oggi le figure femminili proposte dalla società ci appaiono libere, disinibite e soprattutto in carriera ma i passi in avanti fatti realmente sono davvero pochi.

la protesta degli insegnanti precari fuori il provveditorato degli studi

Andare a sostenere un colloquio di lavoro, per una donna oggi nel nostro paese, non sembra più psicologicamente e moralmente sostenibile. Le domande, nella maggior parte dei casi, vertono sulla vita privata della candidata e non sui titoli di studio o sulle esperienze lavorative che ha accumulato. Il curriculum appare un insignificante pezzo di carta, un corredo senza utilità, un vestito sgualcito che nessuno ha intenzione di indossare. Quindi, aspirante lavoratrice italiana, non ti scandalizzare se al tuo primo colloquio di lavoro, magari anche presso un’azienda importane, ti verrà chiesto se sei fidanzata, sposata, hai un contratto di affitto o stai per comprare una casa perché in Italia, tu donna, se vuoi lavorare non puoi pretendere di avere una relazione stabile e magari un giorno pensare alla maternità. Che brutta parola per le aziende maternità. Un mostro a tre teste che per loro vuol dire soldi persi e nell’era del consumismo sfrenato questo non è ammissibile. Una donna deve essere premiata perché decide di mettere al mondo una creatura e invece è buttata selvaggiamente in mezzo a una strada, privata della sua dignità di lavoratrice. E allora forse viene da pensare che gli anni ’60 non sono poi così lontani, che tutto intorno a te infondo ti ripete che è meglio stare a casa e fare quello per cui tu femmina sei portata.

Il circolo vizioso dei contratti a tempo determinato, dei progetti e ancora più recentemente dei voucher (oggi però non utilizzati perché eliminati dalla Commissione Lavoro), ha spinto tante donne a raccontare il vortice di destabilizzazione morale nel quale si sono trovate. Il mondo del lavoro oggi non le accoglie e anzi fa capire che può fare a meno di loro. Ci sono le donne in carriera, le famose multitasking che riescono a conciliare occupazione e famiglia in modo encomiabile, ma è un fenomeno troppo ristretto soprattutto perché lo Stato è spesso inesistente in fatto di tutela dei lavoratori. Avanza la mattanza silenziosa morale e fisica di donne che chiedono un paese all’altezza delle loro aspettative e delle loro competenze, mentre oggi l’unica alternativa possibile sembra quella di sposare un uomo più ricco di loro.

 

Valentina Paluccio

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