La cronaca è sempre più piena di notizie di violenza perpetrata ora negli asili nido, ora nelle scuole elementari, così come negli ospizi o nelle case di cura. Nell’arco di pochi giorni, due nuovi casi di violenza su bambini piccolissimi hanno fatto raccapricciare l’Italia. Una realtà purtroppo non nuova alle scuole, e chi appartiene alle vecchie generazioni può confermarlo. Ora niente è più accettato, anche perché l’età scolare si è abbassata ed i soggetti vittime di abusi non sono più, o quasi più, bambini che possono difendersi, ma spesso disabili, autistici o anche e soprattutto bambini di pochi anni. Di chi è la colpa? Inevitabilmente la risposta non può non essere “dell’insegnante” perché non c’è giustificazione per una violenza, specie nei confronti di chi è inerme. Se prima, però, era giustificato, tollerato, accettato, ora non lo è più anche perché i nuovi metodi educativi, così come i nuovi studi sulla psicologia umana verso individui potenzialmente tendenti ad attacchi di rabbia incontrollabili, alla violenza fisica hanno dimostrato che subire abusi fisici non può far altro che dare effetti diseducativi, ma soprattutto patologie psichiche. Ecco perché ora i genitori cercano di evitare di sottoporre i bambini a percosse, che sia anche un semplice schiaffo, ma optano per un altro tipo di punizione decisamente più educativo, perché pedagogisti di rilievo hanno dimostrato che i bambini devono capire il perché di una punizione, altrimenti non potranno imparare da essa o anche semplicemente da un rimprovero.

Cosa succede nella mente degli insegnanti violenti? A questa domanda potrebbero rispondere solo gli addetti ai lavori e vale a dire gli psicologi ed è forse per questo che è arrivata la proposta di sottoporre gli insegnanti a sedute psicologiche periodiche per valutarne l’idoneità. Lavorare in un asilo nido non è semplice. Avere a che fare con tanti bambini, magari urlanti, capricciosi e che piangono non è una cosa facile. Lo sanno le mamme, lo sanno le zie, le nonne e le educatrici. È lacerante, anche perché secondo quanto prevede ancora oggi la legge, c’è solo un insegnante in classe a gestire 20 o 30 bambini in età molto precoce da pochi mesi fino ai 3 anni. Questa è l’età più delicata, l’età più “fastidiosa” e quindi poniamoci di nuovo la domanda: chi è la colpa di quel che accade nelle aule? Quante responsabilità hanno i governi? Ci sono tanti laureati in materie umanistiche, dagli educatori ai pedagogisti, ai sociologi, agli assistenti all’infanzia, tante persone competenti che sono per strada perché per loro è difficile trovare un posto anche nelle ludoteche dal momento che ovunque è richiesta una esperienza pregressa di minimo due anni. Cosa succede poi? Succede, che oltre ad aumentare esponenzialmente il tasso di disoccupazione, diventa anche impossibile riuscire a tenere una classe di bambini negli asili nido. Perché allora non si pone rimedio? Nella riforma della buona scuola sono tante le novità e le innovazioni, ma altrettanto in primo piano ci sono le finanze statali e questo comporta una inefficienza in certi campi, proprio come questo. Seppur gli asili nido sono per lo più privati, la legge potrebbe intervenire per cambiare le cose, come introdurre l’obbligo di avere minimo due insegnanti nelle classi, in modo da non sovraccaricare le insegnanti o educatrici che siano, in modo da non generare uno stress emotivo tale da arrivare a non avere più un’idoneità psichica per fare il lavoro che magari si è sempre voluto fare. Prevenire – si dice – è meglio che curare. Allora perché non aggiungere un supporto? Intensificare i controlli, tramite le telecamere? Agevolare il lavoro dei propri dipendenti aumentando le assunzioni e le presenze di figure educative nelle aule, specie quando il numero di iscritti è elevato?

Cristina Mariano