Il termine referendum rappresenta l’istituto di democrazia diretta più diffuso, consistendo in una consultazione diretta del popolo, attraverso il voto.

Di tale strumento, in questo momento storico-politico, si sono avvalsi italiani leghisti e spagnoli catalani. Ma perché associarli? E’ un parallelismo che collima realmente?

Bisogna premettere che attualmente in Spagna la Catalogna è la regione più ricca. Per questa ragione ancora oggi una delle rivendicazioni più forti in Catalogna è poter gestire direttamente le proprie risorse economiche, senza dover passare per il governo centrale di Madrid.

Questo porta a constatare che Matteo Salvini si senta solidale nei confronti della regione catalana per una forte somiglianza di interessi e intenti.

In sostanza Veneto, Lombardia e Catalogna hanno un interesse in comune: circoscrivere la loro ricchezza per evitare che finisca nelle aree più povere dei rispettivi paesi.

Al di là degli interessi, si badi bene ai rispettivi testi di ciascun referendum; nel quesito catalano si parla espressamente di indipendenza, “Vuole che Catalogna sia uno Stato indipendente, in forma di Repubblica?

La regione catalana chiede l’indipendenza autodefinendosi una “Nazione nella Nazione”. Indipendenza che si cerca di ottenere con un referendum, considerato contra legem. Per limare l’incostituzionalità la Catalogna fa leva sul principio internazionale di “autodeterminazione dei popoli” (principio con il quale gli stati c.d. coloniali possono darsi un ordine, una struttura e una forma di governo) il quale, se viene riconosciuto, attribuisce autorità a chi lo rivendica (non è dunque il caso catalano, avendo la regione già un’autonomia politica). Ma si comprende bene che stigmatizzare una mossa incostituzionale utilizzando come strumento un principio della comunità internazionale è opera tanto abile e ingegnosa, quanto illogica. Sovvertire la Costituzione e forzare la mano nei confronti di uno Stato che lo impedisce non potrà sicuramente far passare indisturbato il messaggio secondo il quale se una legge si presume ingiusta sia possibile infrangerla.

In Veneto e in Lombardia, invece, la Lega Nord non parla più di indipendenza ma di autonomia.

“Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?” (testo referendum in Veneto)

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?” (testo referendum in Lombardia).

Infatti, rispetto ad una Catalogna autonoma che gode di una fortissima personalità e che si distingue dalle altre regioni spagnole per lingua, cultura, bandiera, ecc… , Veneto e Lombardia sono diverse spanne indietro ed è proprio verso una più forte autonomia che sono proiettate con il referendum.

Ad ogni modo, qualunque sia il risultato, con amarezza bisogna considerarlo inutile nella pratica per i cittadini delle due regioni. Si tratta, infatti, di un referendum consultivo senza quorum che non è previsto dalla Costituzione. Eppure Zaia e Maroni hanno impegnato ingenti risorse economiche per chiedere ai cittadini se vogliono che alla loro regione siano attribuite “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

Non viene difficile, a questo punto, considerare che si tratti di un referendum per fare una costosa propaganda elettorale alla Lega.

Comunque rimane l’interesse economico, ma pare ben chiaro che gli intenti siano pressocché differenti.

Marta Paluccio

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