“Una volta a Napoli quando uno prendeva un caffè al bar ed era particolarmente allegro, invece di uno ne pagava due. Il secondo era per il cliente successivo. Ogni tanto poi c’era qualcuno che si affacciava al bar e chiedeva se c’era un “caffè sospeso”. Insomma, come dire, era un caffè offerto all’umanità”.

Luciano De Crescenzo

 caffè sospesoVarcare i confini campani significa accedere alla sublimazione dei sensi: il gusto di una tenera sfogliatella e l’odore inebriante del caffè. Che sia dolce o amaro non importa, perché quello che si deve cogliere è l’essenza napoletana, quel sapore agrodolce della gente del posto che si può carpire solo passeggiando tra le vie della città. Napoli la ami o la odi e, in entrambi casi, passare da queste parti senza assaporare na’ tazzulella e’ cafè, è la stessa cosa che andare a Roma senza visitare il Colosseo. Qui sono le tradizioni a essere monumenti, pertanto, prendetevi il tempo necessario per gustare il vostro caffè e scoprire i segreti di una delle testimonianze storiche più rappresentative del capoluogo.

caffè 1L’espresso partenopeo non è solo una mera bevanda, ma rappresenta la voglia d’instaurare delle relazioni, di pensare agli altri. Un caffè è intriso di significati: può essere un ragionamento con se stessi oppure può accogliere, davanti alla sua tazza bollente, le confessioni degli amici e gli inizi di probabili amori. Prendere un caffè è così importante per i napoletani che Luciano De Crescenzo, nel 2012, ha deciso di realizzare un’iniziativa volta a confezionare una miscellanea di brevi storie sul rapporto che le persone hanno con esso. L’aroma nero ha ispirato l’ingegnere, sceneggiatore, attore, regista, scrittore il quale ha steso l’inizio dei racconti e ha poi chiesto ai partecipanti del concorso “Storie di caffè” di terminarli. I migliori sono stati stampati da Mondadori su un libricino diffuso in tutti gli esercizi Autogrill e per di più sulle bustine di zucchero vendute negli stessi punti vendita. Tra gli incipit annotati da De Crescenzo c’è quello riportato all’inizio del testo, in cui emerge l’usanza altruistica del caffè sospeso.

La consuetudine è nata a causa delle discordie che sorgevano tra gruppi di amici e conoscenti incontrati al bar. Poteva accadere, infatti, che tra caffè bevuti e altri offerti, si finisse per saldare un caffè che in realtà non aveva ordinato nessuno. In quel caso, non si faceva appello alla restituzione del credito, bensì si lasciava il beneficio a vantaggio del cliente successivo. Nel tempo il gesto è diventato sinonimo delle persone particolarmente felici che, per iniziare bene la giornata, bevevano un caffè e ne pagavano due, per chi sarebbe entrato dopo e non poteva permetterselo. A sostenere questa filosofia, c’è la “Rete del caffè sospeso” che ha istituito il 10 dicembre una giornata celebrativa in cui invita i bar e i locali a riproporre la tradizione. L’associazione- fondata dalla Rete dei comuni solidali, dall’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e da sette festival italiani- promuove la diffusione della cultura secondo gli stessi principi solidali che stanno alla base del caffè sospeso. Sono nati quindi il biglietto sospeso all’interno dei cinema, il panino e il pranzo sospeso. L’idea del caffè sospeso ha pervaso l’Italia con iniziative analoghe che assicurano un benefit anche in altri settori del consumo, come “il libro sospeso” proposto da due piccole librerie a Palermo e a Polla, in provincia di Salerno. L’azione filantropica è stata emulata anche in giro per il mondo con rifacimenti in Brasile, Spagna, Svezia, Irlanda e Australia. Da un semplice atto quotidiano è nato, dunque, un progetto internazionale che mira a fare della condivisione un’economia trainante la quale contempli l’assegnazione di servizi basilari da cittadino a cittadino, tenendo conto anche del loro ruolo sussidiario (art.118 Cost.). Sarebbe interessante se questa pratica avesse una maggiore diffusione, giacché aspira a un obiettivo nobile: sapere di aver agito a fin di bene in senso assoluto senza conoscere l’altro, la cui identità, spesso, vincola nella scelta degli atti caritatevoli cui adempiere.

Veronica Otranto Godano

 

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