Thomas Jefferson e la sacralità dell’indipendenza americana

Andare a visitare oggi il Monte Rushmore vuol dire trovarsi davanti non solo la bellezza della natura americana ma anche i volti che l’hanno creata e desiderata, hanno lottato e hanno creduto. Un faccia a faccia con la storia che fa comprendere come questo popolo sia attaccato alle sue radici e sempre ringrazi i suoi padri fondatori. Tra i nomi di George Washington, Abrham Lincoln e Theodore Roosvelt, c’è quello di Thomas Jefferson che quel 2 luglio del lontano 1776 ha siglato la stesura della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America che poi è diventato effettivo il 4 luglio, giorno appunto in cui si festeggia l’indipendenza diventato così di tendenza da essere ricordato nel mondo.

Jefferson perciò si trova ad avere un peso specifico nella storia d’America ma nel ricordo generale è forse il personaggio più in disparte e meno ricordato rispetto ai suoi esimi colleghi sui quali sono stati scritti saggi e film. Eppure la politica dovrebbe ringraziarlo non solo per il fatto che ha fondato il Partito Democratico degli Stati Uniti ma soprattutto perché è riuscito a portare delle idee illuministe forti in quello che era un sistema conservatore. La libertà di pensiero si sa, non ha mai aiutato e forse non è stata mai ben vista da chi il popolo lo vuole ignorante e ripiegato su se stesso, chiuso nella consapevolezza che chi nasce in una situazione disagiata deve per forza morire in quella. La sacralità dell’essere liberi ecco Jefferson l’ha portata in politica, l’amore per la sua patria è stato più forte di qualsiasi altro movimento ostile. Il suo sostegno per uno Stato laico e liberale è la risposta ad ogni forma di totalitarismo che si basa su questo pensiero così potente e rivoluzionario

Di certo nascere nella Virginia del 1743 in una famiglia benestante e influente ha aiutato il giovane Thomas e spronato verso lo studio di greco, latino e francese, poi ancora filosofia e matematica. A soli quindici anni la morte del padre che lo lasciò con numerosi terreni e altrettanti schiavi. Una situazione di partenza privilegiata la sua che lo portò ad essere un ottimo avvocato. Ma la vita forense forse non bastava più, il grido di dolore silenzioso di una fetta della popolazione non poteva rimanere inascoltato. Più però la sua vita privata prendeva una piega di depressione e morti, più la sua carriera era in salita. Dopo il matrimonio con una giovane vedova e numerosi figli, Jefferson fece il primo passo verso il riconoscimento del suo duro lavoro di avvocatura, l’ingresso al congresso continentale nel 1775. Da qui il passo a deputato nella Camera Bassa della Virginia fu davvero breve. Ecco quindi che i movimenti lenti ma pesanti verso il potere non divennero poi così ininfluenti. Fu proprio lui a scrivere la prima bozza della famosa dichiarazione d’indipendenza poi rivista da John Adam. Scrivere questo documento significò una responsabilità a livello civico enorme affidata a un uomo che ha saputo rappresentare, nelle sue parole autorevoli ma profonde, i tempi che cambiano e la modernità del pensiero comune che non poteva trovare altro sfogo che in quel periodo storico. Il Congresso aveva deciso di dichiarare la sua indipendenza dalla Gran Bretagna che, fino a quel momento, aveva esercitato lo strapotere guadagnato nei secoli, in particolare era un attacco neanche troppo velato a re Giorgio III. Il primo manifesto fu stampato e letto anche in pubblico per far sì che venissero veicolati ideali inerenti al diritto dell’individuo e il diritto alla rivoluzione. Questo documento è legge fondamentale del sistema di governo federale statunitense. Protegge la libertà di parola e di religione, gestisce la giurisdizione e proibisce le punizioni crudeli. Anche l’introduzione del gran giurì per i processi dei crimini federali vide una potente novità in arrivo poiché si cercò di stabilire equità nelle condanne e nel giudizio. Nella bozza Jefferson, e poi nella redazione originale, fa spesso riferimento a Dio come il Creatore che ci ha messi sulla terra ognuno con i suoi diritti, quasi per legittimare questo documento attraverso un’inconscia regola generale che vede la religione a supporto delle proprie tesi. Non dimentica tuttavia gli ideali illuministi tipici della sua epoca e sottolinea, a fronte di questi, come sia il popolo che deve avere la possibilità di modificare le leggi e acquisire potere rispetto ai sovrani europei dai quali l’America si è voluta distanziare.  Il suo cammino verso una politica sempre più democratica ci è proposto non solo dalla scrittura di questo documento fondamentale che ha dato il via alla libertà di molti ma anche in altre redazioni influenti e cambiamenti sul sistema scolastico vigente e sulla libertà di credo. Ecco che i diritti umani iniziano a prendere forma e ad uscire lentamente ma con vigore dalla sfera oscurantista. Successivamente divenne governatore della sua amata Virginia ma è ricordato come Presidente degli Stati Uniti per ben due mandati.

Jefferson aveva ideali certi e radicati basati sulla concretezza di pensatori del calibro di Isaac Newton. Aveva un’opinione difficile da scardinare sull’importanza del libero mercato e sui diritti dell’uomo che avevano scatenato la celeberrima Rivoluzione Francese. Solo una crepa si insinua nel delineare questo personaggio, il fatto che egli si oppose all’abolizione della schiavitù anche se la risposta si trova nel fatto che molti politici del tempo seppur liberali e aperti erano ricchi proprietari terrieri e quindi possedevamo molti schiavi nelle loro piantagioni come anche Benjamin Franklin. Al contrario da sottolineare è stato il suo interesse ai nativi americani e il suo appoggio alle popolazioni indiane che ha cercato di far integrare nella società americana. Anglicano per scelto si è opposto duramente alla Chiesa cattolica e a molti suoi insegnamenti. Ci ha lasciato un insegnamento di libertà dello Stato, la possibilità per un paese di camminare con le proprie gambe senza forze esterne a sostenerlo. La capacità di credere in un mercato gestito da pochi in cui la popolazione possa mangiare e sentirsi tutelata da un governo americano e moderno. Jefferson a proposito delle rivoluzioni disse: “Una piccola insurrezione, di tanto in tanto, è una cosa buona e così necessaria nel mondo politico come i temporali in quello fisico. Previene la degenerazione del governo e alimenta una generale attenzione per la cosa pubblica”.

 

Valentina Paluccio

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