Di Ramona Apicella

Quattrocento milioni di persone adulte nel mondo sono colpite da obesità, con una maggiore diffusione nei paesi occidentali, dove essa interessa il 50% della popolazione adulta, al punto da essere definita un’epidemia globale. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato una maggiore rilevanza del fenomeno negli Stati Uniti dove il 23% della popolazione è affetto da obesità, mentre il 55% è in eccesso ponderale, costituendo entrambe la seconda causa di morte dopo il fumo. L’OMS stima che nel 2015 il numero di adulti obesi al mondo supererà i 700 milioni. Quanto all’Europa, l’Italia si colloca al penultimo posto nella classifica dell’obesità, insieme con la Francia e l’Olanda (con il 10% della popolazione sul totale), in coda la Svizzera con il 5% circa, mentre il primato negativo va ad ex Jugoslavia e Grecia rispettivamente con il 40% e il 35%. I dati del IV rapporto dell’Istituto Auxologico indicano che in l’Italia gli obesi sono più di quattro milioni, corrispondenti al 9% della popolazione adulta (precisamente il 9,2% degli uomini e l’8,8% delle donne) con una percentuale al sud e nelle isole (rispettivamente 11,3% e 9,6%) più alta rispetto al centro e al nord (dove si registra l’8% di obesi). Il numero di obesi aumenta di circa il 25% ogni 4-5 anni. Molto più diffuso è il sovrappeso,che coinvolge almeno 16 milioni di italiani: 31% al nord; 38% al sud e 35% nelle isole. Al di là del problema estetico, i chili in più rappresentano una costante minaccia per la salute, mettendo addirittura il soggetto obeso a rischio di vita. E’ noto infatti che l’obesità rappresenta un fattore di rischio per numerose condizioni patologiche, capaci di incidere significativamente sulla durata e sulla qualità della vita del soggetto. Studi epidemiologici hanno dimostrato che la relazione tra adiposità e mortalità è descritta da curve a U e J e che una più alta mortalità si associa sia al sovrappeso che alla eccessiva magrezza. Seguire un regime alimentare ipocalorico che riduca l’apporto energetico giornaliero garantendo al contempo il fabbisogno di proteine, vitamine e minerali è la terapia consigliata per il soggetto a rischio obesità. Le diete ipocaloriche convenzionali garantiscono apporti energetici generalmente tra 800 e 1500 kcal, ma a lungo termine si rivelano fallimentari se non abbinate ad un programma organizzato di attività e modifica delle abitudini alimentari; si è osservato infatti come pazienti dimagriti velocemente, riprendano il loro peso e spesso lo superino al cessare della prescrizione dietetica: il famoso effetto yoyo cui va incontro la maggior parte dei soggetti obesi. Assai diffuse sono le diete povere in carboidrati che sembrano libere nella scelta degli alimenti ma in realtà preclusive della quasi totalità di alimenti contenenti significative quantità di zuccheri semplici e complessi. Diete, queste, che determinano il rapido esaurimento del glicogeno cellulare e la perdita dell’acqua da esso trattenuta; inoltre,per la produzione di corpi chetonici e specifici adattamenti ormonali,esse hanno effetti diuretici tali da determinare, apparentemente,più rapidi decrementi ponderali. La dieta ipocalorica tradizionale, suggeriscono gli esperti, deve contenere almeno 60-80 grammi di proteine di alto valore biologico, 150 grammi di carboidrati, 15-20 grammi di grassi. Andranno limitati alimenti con alta densità calorica, mentre possono essere consumati, senza eccessive limitazioni nel peso, alimenti come verdure,pesce e carni magre.
Nell’obesità di alto grado si fa ricorso da molti anni al semidigiuno terapeutico,anche noto come “very low calorie diet” (con 300-600 kcal pro die). Il digiuno nel trattamento dell’obesità è stato proposto per la prima volta nel 1915 e il semidigiuno è stato la naturale evoluzione del digiuno assoluto,applicato già dagli anni ’60. Negli anni ’60-70 Cahill e collaboratori hanno dimostrato che, in condizioni di digiuno, il sistema nervoso centrale può utilizzare, in sostituzione del glucosio, i corpi chetonici provenienti dal metabolismo epatico degli acidi grassi. Effetto collaterale del digiuno assoluto è il bilancio di azoto negativo secondario a catabolismo proteico,dovuto ad una inevitabile gluconeogenesi proteica. Per questo motivo, onde evitare perdite di azoto indesiderate, si fa ricorso al cosiddetto semidigiuno terapeutico: un digiuno integrato con minime quantità di alimenti ricchi di proteine ad alto valore biologico (circa 60 g pro die), e con quantità modeste di carboidrati (variabili da 40 a 60 g/die). Nella maggior parte dei casi si tratta di diete liquide contenenti circa 0,8-1,5 grammi di proteine per chilogrammo di peso ideale, 2 litri di acqua al giorno e la necessaria integrazione di vitamine e sali minerali. Molte sono le perplessità sull’adozione di regimi di semidigiuno, che hanno spesso causato aritmie cardiache e addirittura morte per problemi cardiovascolari. In genere è nella fase iniziale della dietoterapia che vengono utilizzate le VLCD, allo scopo di ottenere una maggiore perdita di peso. L’efficacia terapeutica a breve termine del semidigiuno è indubbia: la perdita di peso è notevole e continua con un immediato miglioramento clinico e metabolico. I risultati a lungo termine sono da considerarsi, invece, meno positivi: molti pazienti riguadagnano il 50% o più del peso nell’anno successivo al trattamento, e dopo due anni la quasi totalità del peso perduto. Il successo della VLCD richiede pertanto un approccio multidisciplinare: tale tipo di trattamento deve fare parte di un programma terapeutico in cui sia prevista la rieducazione alimentare, la riabilitazione fisica e psichica. Le VLCD devono essere utilizzate quando veramente utili e necessarie come terapia intensiva dell’obesità grave.

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