È andato in scena domenica 11 marzo al Teatro Comunale Diana di Nocera Inferiore Sannasurice, testo del 1982 che segnò il debutto di Enzo Moscato come autore e interprete. Il monologo, interpretato da Imma Villa, ha inaugurato con un buon successo di pubblico la IV edizione della rassegna teatrale L’Essere e l’Umano, in collaborazione con Artenauta Teatro e Teatro Pubblico Campano. Il ciclo prevede cinque spettacoli da marzo a maggio.

 

Scannasurice, la frana antropologica dei nuovi napoletani 
Nella Napoli descritta da Walter Benjamin “nessuna situazione appare come essa è, pensata per sempre, nessuna forma dichiara in suo così e non diversamente”. A tale natura porosa risponde anche l’ineffabile identità del protagonista di Scannasurice, opera che ha inaugurato al Teatro Diana di Nocera Inferiore la quarta edizione della rassegna “L’Essere e l’Umano”. Una figura androgina e grottesca, quella che Imma Villa modula in un una molteplicità di voci, toni, inflessioni: visione ancestrale, in mutande, canottiera e retina per i capelli, che abita e anima una personale e universale prigione fisica e mentale.

A più di trent’anni dal suo debutto il monologo con cui principia la produzione di Enzo Moscato, qui nella regia di Carlo Cerciello, non perde la carica di oscuro presagio. E interroga, allora come ora, sulla perdita di senso di una realtà sempre più refrattaria alle domande di un sentire comune.

Scritta all’indomani del terremoto del 1980 – epifenomeno tangibile e simbolico che accelererà, fino a renderli incontrollabili, gli aspetti patologici della Prima Repubblica – ne scandaglia innanzitutto gli effetti di drammatica dissoluzione. Una disgregazione politica, sociale, esistenziale: testimonianza postuma del fallimento di una rinnovata presa sul mondo, di un’immobilità rispetto alle accelerazioni che di lì a poco cominceranno a dare nuova forma alla storia.

Il franare del vecchio, l’attesa del nuovo, la sospensione nel limbo di un presente delirante che Napoli, nelle veci di un personaggio che “fa la vita” e interroga i tarocchi, si sposta e si contorce, si allunga e si adatta in continuazione negli spazi angusti della sua casa-gabbia infestata dai topi, intuisce nel suo solito modo: viscere e istinto. Nuda vita. La parola così s’insinua nella zona indistinta tra storia e natura, cultura e vitalità, intonaco e magia: cerca di fare luce, ora lirica, ora comica, ora drammatica, sui meccanismi di quel motore dicotomico che continuamente, lacerando la città, ne ha forgiato il carattere millenario. In un’indagine a tentoni che si affida al racconto di un se a brandelli; animato da una lingua che declina i molteplici toni della sua musicalità e inanella aneddoti (scarafaggi portatori di buona fortuna, crolli inspiegabili di palazzi, giornate di traslochi), evoca oscure presenze (m’briane, munacielli, mammoni), adatta significati per produrre il senso di un tempo irrimediabilmente spezzato.

Un parlare per sopravvivere al nulla che crolla inevitabilmente su se stesso, nell’inconciliabilità radicale con quelle creature pullulanti, i topi, questi nuovi napoletani, che sono il simbolo del disastro antropologico tutt’ora in corso. Fino a negare l’illusione delle illusioni (“l’amore: è un business”): fino a scegliere, dopo aver indossato in un ultimo tentativo l’unica maschera concessa (il vestire ambiguo ed eccessivo di chi “batte”), la sola occasione per evadere dalla propria gabbia, la soluzione disperata di una distruzione individuale e generale (“siamo troppi, siamo troppi”).

Giovanni Grande

 

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