Il 4 dicembre gli italiani sono chiamati a votare in merito al referendum che si pone l’obiettivo di snellire e semplificare l’asse costituzionale. È una riforma che si propone di modificare quarantasette articoli della Costituzione italiana. Esiste però un senso di confusione generale sulla sostanza del testo, aggravata dal fatto che i  media non hanno favorito l’informazione dell’elettore medio. Perciò cosa cambia? referendum-costituzionale-1

Se passasse la riforma, il Senato della Repubblica sarebbe trasformato in Senato delle Regioni (o Senato delle Autonomie) e perderebbe il suo potere decisionale aumentando quello della Camera dei Deputati. In secondo luogo saranno apportate modifiche al Titolo V della Costituzione che regola i rapporti tra Stato e Regioni, queste ultime vedranno diminuire le materie di loro competenza a favore dello Stato il quale potrà anche avvalersi della “materia di supremazia”, ovvero introdursi in problematiche di competenza, fino a questo momento, solo delle Regioni stesse. Saranno poi modificati i decreti di legge, discussi entro un tempo stabilito dalla Camera; rivisitate le modalità di elezione del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale; introdotte nuove regole per le proposte di legge e per i referendum abrogativi; sarà abolito il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) mentre ulteriori modifiche riguarderanno la maggioranza necessaria per la dichiarazione di stato di guerra e in relazione ai legami con l’UE. referendum-2

Molte personalità del mondo politico, ma anche del giornalismo e dello spettacolo, si sono schierate, in queste settimane, a favore o contro il referendum. Il prof.re Enrico Caterini, ordinario di diritto privato nel corso di giurisprudenza dell’Unical, si dice soddisfatto della riforma in sé, poiché essa può dare slancio all’asse costituzionale. I punti chiave da rilevare secondo lui sono due: l’art.117 che stabilisce i legami tra Stato e Regioni e la presenza non fondamentale del Senato. Il docente spiega che la riforma mette in discussione la seconda parte della Costituzione ma appare evidente che un tale sconvolgimento andrebbe a intaccare anche la prima parte con conseguente sbilanciamento dell’asse di governo. Ma questo –afferma il professore- è un processo messo in atto da tutte le riforme precedenti, come quella del 2001 sul federalismo la quale ha portato difficoltà alle regioni del Sud in campo sanitario. Per quanto concerne il Senato, nel corso degli anni si sono succedute varie tesi a riguardo e il bicameralismo in realtà non è mai stato sostenuto all’unanimità. I pro-riforma sono convinti, altresì, che tali modifiche costituzionali possano rafforzare il ruolo dell’Italia in Europa.

Un seggio elettorale per consentire la consultazione sul referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, Roma, 17 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

I fautori del no si dividono tra quelli che, stando alle promesse di Matteo Renzi, sperano di dirgli addio al più presto, senza aver capito nulla del testo di riforma e chi crede, invece, che la Costituzione sia davvero l’unico baluardo rimasto dello Stato italiano. Un ricordo atavico di un periodo in cui in Parlamento regnava un’atmosfera diversa. Tralasciando le appartenenze politiche e ideologiche, è importante capire la vexata quaestio dal punto di vista tecnico e per farlo c’è bisogno d’informarsi e di formarsi, attraverso, per l’appunto, gli interventi degli esperti in materia.

E’ il caso di Silvio Gambino, ordinario di diritto costituzionale e presidente della facoltà di Scienze Politiche all’Università della Calabria. Per lui è un no convinto, nei confronti di una “riforma sbagliata, destinata a creare molti più problemi di quanti non sia capace di risolvere”. Secondo il professore “la democrazia costituzionale finirebbe per conoscere un grave squilibrio a favore del Governo e a scapito del Parlamento”. Il noto costituzionalista ammette che la riforma potrebbe generare risparmi, ma che questi  non possono barattarsi con l’esercizio della sovranità popolare. Tra chi boccia la nuova Costituzione, c’è chi rimprovera il Premier di non concentrarsi a sufficienza su welfare e mercato del lavoro e di giustificare ogni emendamento affrettato in nome della “rapidità”. Pare che il Governo sia solito ripetere alcune frasi: “Dobbiamo decidere in fretta”, “Eliminiamo gli ostacoli burocratici” “Spendiamo di meno”, ma per i seguaci del no, la Costituzione non c’entra, basterebbe inserire, infatti, alcune indicazioni temporali per evitare certe lungaggini burocratiche. Anche Gustavo Zagrebelsky, giurista italiano e presidente onorario dell’Associazione “Comitato per il No nel referendum costituzionale”, si è espresso in materia diverse volte affermando che non si tratta di un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un Governo momentaneamente in carica. Il luminare asserisce che si tratti di un adeguamento travestito da riforma e che la democrazia partecipativa sarà sostituita da un sistema oligarchico. L’abolizione del Cnel sembra essere, al contrario, l’unico punto apprezzato tra i detrattori del nuovo testo costituzionale, stante i costi di gesti dell’ente e una potenzialità rimasta inespressa.

Perché votare, quindi, no?

Secondo il Comitato –composto da costituzionalisti, avvocati, studenti, precari, associazioni, pensionati, intellettuali, cittadini comuni-, la riforma non supererebbe il bicameralismo, bensì lo renderebbe più confuso a fronte di una moltiplicazione dei procedimenti legislativi. Non diminuirebbe i costi della politica, perché i costi del Senato sarebbero ridotti solo di un quarto e né sarebbe una riforma innovativa, giacché rafforzerebbe il potere centrale a scapito delle autonomie. Un punto controverso poi sarebbe l’aumento delle firme, da 50000 a 150000, per i disegni di legge d’iniziativa popolare e ciò inficerebbe la partecipazione diretta dei cittadini; oltretutto non si tratterebbe di una riforma legittima, in quanto prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale.

Ad ogni modo, il 4 dicembre è necessario andare a votare. In un Paese in cui regna parzialmente l’astensionismo, bisogna che l’elettore si esprima e partecipi alla vita della Nazione. Significa essere cittadini. Significa essere liberi. A prescindere dagli esiti del referendum, presentarsi alle urne rappresenta una forma di riconoscenza nei confronti di quel 1946 in cui tutti finalmente votarono per la Repubblica Italiana.

Valentina Paluccio

Veronica Otranto Godano

 

 

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