Il Referendum costituzionale ha segnato a Salerno e in tutta la Campania la prima sconfitta di Vincenzo De Luca.

Come per altri eventi elettorali di rilievo internazionale e mondiale (Brexit e presidenziali USA) anche nel caso del referendum sulla riforma della costituzione italiana i sondaggi, riferimento privilegiato in politica almeno fino a qualche tempo fa, hanno mostrato una evidente inaffidabilità.

Al termine dello scrutinio, il risultato definitivo è stato netto: vittoria del No con una percentuale del 59,11% e Sì fermo al 40,89%: il 4 dicembre 2016 gli italiani non hanno approvato la riforma della Costituzione come proposta dal governo Renzi.  Numeri molto distanti da quelli proposti dai principali istituti demoscopici che davano il No in vantaggio di pochi punti percentuali lasciando intravedere, negli ultimi giorni precedenti al voto, un recupero del Sì che avrebbe potuto anche ribaltare il risultato. Questo fino a quattordici giorni fa, termine ultimo per legge consentito per diffondere previsioni di voto. Tuttavia anche nei giorni immediatamente precedenti al voto, come accade anche in altre nazioni, alcuni dati sono stati diffusi utilizzando degli escamotage, spacciandoli ad esempio come analisi estrapolate dai social network. Anche in quel caso i numeri erano ben distanti dal risultato reale. Un ulteriore dato che ha destato notevole stupore riguarda l’affluenza: ben il 68,48% degli aventi diritto al voto si sono recati alle urne (30,74% degli italiani residenti all’estero). Un boom se confrontato anche con le elezioni europee del 2014 (58,7%) e paragonabile solo con le ultime politiche del 2013 (75,20%). Nulla a che vedere con l’ultimo referendum sulle “trivelle” (32,16%), e con i due precedenti referendum costituzionali, quello del 2001 (34,05%) e quello del 2006 (52,46%, ma con voto in due giorni). Guardando il risultato su base regionale, è in Sardegna e in Sicilia che si registra la più alta percentuale per il No, rispettivamente del 72,22% e del 71,58%. Le altre regioni in cui il No raggiunge una percentuale elevata, superando la soglia del 65%, sono regioni meridionali: Campania, Calabria e Puglia. Al contrario, il risultato peggiore del No, al di sotto del 50%, si ha in Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana (rispettivamente 46,13%, 49,61% e 47,49%). In tutte le altre regioni il No prevale sul Sì con una percentuale compresa tra il 50% e il 70%.

A risultato acquisito, nella notte tra 4 e il 5 dicembre, il presidente del consiglio Matteo Renzi ha annunciato le sue dimissioni “irrevocabili”. Ad oggi si comincia già a lavorare al dopo-Renzi. Il presidente della Repubblica ha davanti a sè sostanzialmente due opzioni: tentare di far restare in carica l’attuale governo fino all’approvazione della legge di Bilancio oppure affidare l’incarico di formare un nuovo governo (con grosse probabilità che la scelta ricada su uno dei membri dell’attuale esecutivo). Nel frattempo le forze politiche sono divise tra chi vorrebbe subito andare alle urne (Movimento 5 Stelle e Lega) e chi auspica un esecutivo di transizione senza Renzi (Forza Italia). Mentre il PD, che ha rinviato la direzione prevista per martedì 6 a mercoledì 7, non esclude l’ipotesi di un reggente prima del congresso del partito. Sarà necessario attendere ancora qualche giorno per avere delle certezze. Resta il fatto che questo referendum, con il passare dei mesi e anche con il suo rinvio a dicembre (inizialmente era previsto per settembre), ha probabilmente assunto sempre più i toni di un vero e proprio giudizio “universale” pro o contro Matteo Renzi, che, come ha ammesso egli stesso, ha conferito un’eccessiva personalizzazione alla scadenza elettorale. Salvo ritornare sui suoi passi cercando di impostare la campagna referendaria più sul merito del quesito che sul suo futuro politico. Una potenziale lettura di un risultato inaspettato, che ha poi realmente messo il premier nelle condizioni di dimettersi, è stata proprio la polarizzazione dello scontro su Renzi e sul suo governo che è stata cavalcata anche dalle forze politiche e dagli esponenti per i quali sostenere il No oltre che una questione di merito è stato anche un modo per “abbattere” l’avversario e riprendere quota nei consensi. Insieme a Renzi, altra grande sconfitta del referendum è Maria Elena Boschi, madrina della riforma, che si è spesa in lungo e in largo per promuovere il Sì.

Tra le numerose, vanno sicuramente menzionate due note di colore: la prima, tutta social, durante il giorno del voto e sollevata dal frontman dei Litfiba  Piero Pelù (notoriamente non tenero con il concittadino Matteo Renzi) che ha scatenato un inferno, diventato virale grazie ai social, sulla presunta cancellabilità della matita utilizzata nei seggi elettorali per scrivere il voto; la seconda, anch’essa social ma molto più politica, riguarda la registrazione di un discorso elettorale del governatore campano Vincenzo De Luca, che su questo referendum aveva puntato moltissimo schierando in prima linea anche sua figlio Piero; discorso diventato anch’esso virale per i suoi contenuti, in cui il governatore “inneggia” al clientelismo e ad uno dei suoi migliori “interpreti” (il sindaco di Agropoli), invitando decine di sindaci a chiedere consensi per il sì sulla base dei tanti e consistenti finanziamenti in arrivo o già erogati. De Luca, che ha in Salerno il suo fortino, questa volta, per la prima volta, perde in città e perde anche in Campania alla sua prima prova elettorale da Presidente della giunta regionale (31,48% per il Sì il dato regionale). E, visto l’enorme clamore sollevato da quella registrazione e dall’enorme peso che lo stesso De Luca era riuscito a conquistare nel PD a livello nazionale (e dalla sua popolarità amplificata dalle imitazioni che il comico Maurizio Crozza gli tributa regolarmente), non sono in pochi a pensare che un’aliquota del pessimo risultato possa essere addebitata allo stesso governatore campano.

Marcello D’Ambrosio