di Vincenzo Galatro – Il codice penale disciplina, all’articolo 612-bis, il reato di atti persecutori, meglio conosciuto con il nome di stalking.

In particolare, l’art. 612-bis c.p. – introdotto dal decreto legge n. 11 del 23 febbraio 2009 – stabilisce che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

Quali sono i rimedi che la legge appresta per tutelare le vittime di stalking condominiale?

In primis, a seguito di una denuncia,può essere allontanato da casa lo stalker che ha commesso atti persecutori, emulativi e vessatori ai danni dei condomini.

In altre parole, con provvedimento di sfratto, vengono allontanate, in modo coercitivo, quelle persone che per lungo tempo si sono date da fare per rendere impossibile la vita dei vicini.

Quindi, i c.d. “molestatori di condominio” non solo rischiano l’irrogazione di una pena detentiva, come prevista dall’art. 612-bis del codice penale, ma anche la condanna al rilascio immediato della propria abitazione condominiale.

Secondo la giurisprudenza: “La misura prevista ex art. 282-bis c.p.p. avrebbe una portata applicativa ben più ampia, potendo trovare applicazione non solo in relazione a reati diversi da quelli commessi sia in ambito famigliare che all’interno dell’abitazione domestica, ma anche per tutelare persone non coabitanti nella stessa casa”.

La normativa in materia di atti persecutori ha introdotto anche una nuova misura cautelare, ossia una misura capace di impedire che il molestatore, una volta denunciato, possa continuare nel suo intento. È stato infatti inserito un nuovo articolo nel codice di procedura penale, l’art. 282-ter, secondo il quale il giudice, qualora ritenga che vi siano tutti i presupposti di legge, può:

 

  • prescrivere al molestatore di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa oppure di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla stessa persona offesa;

 

  • prescrivere al molestatore di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della persona offesa o da persone con queste conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone;

 

  • vietare al molestatore di comunicare, con qualsiasi mezzo, con la vittima o con le altre persone sopra indicate.

Ovviamente, nel caso in cui il molestatore debba necessariamente frequentare i luoghi in cui possa incontrare la vittima o le altre persone citate, per motivi di lavoro o per esigenze abitative, il giudice può prescrivere specifiche modalità o limitazioni alla frequentazione di quei luoghi.

Nel caso in cui le molestie dovessero continuare nonostante la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, è possibile per il giudice applicare una misura cautelare ancor più grave come gli arresti domiciliari (Cassazione penale, sentenza n. 15230 del 14 aprile 2011).

 

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