Reato di tortura in Italia: Cucchi e Regeni non bastano, la strada verso i diritti dell’uomo è ancora lunga

La filosofia moderna è spesso incentrata su domande che riguardano i tempi moderni e il cambiamento della nostra società che appare decisamente più veloce rispetto ai secoli trascorsi. Perciò chiedersi che cosa voglia dire essere oggi europeo pone l’essere occidentale davanti a un quesito che la globalizzazione e la multiculturalità hanno reso più difficile perché non tutti i paesi europei camminano nella stessa direzione. Esiste infatti un punto cruciale dei diritti dell’uomo approvato dall’Europa che ancora il nostro paese non ha accolto: il reato di tortura.

Sembra strano e quasi impossibile ma sono ben ventinove anni che la Convenzione delle Nazioni Unite chiede all’Italia di approvare una legge a riguardo, potendo così porre un sigillo su una questione delicata ed importante. La tortura come violenza psichica e fisica, è questo il messaggio che Amnesty International da anni cerca di veicolare soprattutto tra i più giovani, ma l’Italia sembra decisamente lontana dall’arrivare a una soluzione parlamentare. Due sono i casi che hanno riaperto il dibattito in merito. Prima quello di Stefano Cucchi, ragazzo delle borgate romane assassinato in carcere da alcuni agenti di polizia, e recentemente un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana e internazionale per la sua ferocia e crudeltà, l’omicidio in Egitto del ricercatore italiano Giulio Regeni. Entrambi torturati e poi uccisi con modalità cruente e bestiali da funzionari pubblici ed entrambi uccisi due volte perché in Italia non esiste questo reato. Non c’è tutela per chi muore in tali condizioni disumane e non c’è tutela per il dolore straziante delle famiglie. L’anno scorso la sorella di Cucchi, Ilaria, al termine di una battaglia legale e mediatica angosciante ha raccolto ben 200.000 firme per l’introduzione nel nostro paese del reato di tortura e sembrava che qualcosa si muovesse quando nel 2013 il parlamentare del PD Manconi, propose un piano di legge a sostegno di questa campagna per i diritti. Ma a distanza di anni lo stesso Manconi non ha potuto firmare il decreto che è stato completamente stravolto nella sua importante essenza. Un testo impresentabile che arreca diritti solo agli organi di polizia e che pone in essere la tortura solo se la violenza è perpetrata sul corpo della vittima. Per cui sei un torturato solo se il fatto accade più volte.

L’ignobilità di questo decreto è uno schiaffo verso tutte le violenze che negli anni sono state fatte. Ma perché l’Italia, che inoltre è sede di un organo di pace come il Vaticano, non dovrebbe accettare una legge così importante. Ci sono delle credenze in merito. La prima riguarda il fatto che molti credono che la tortura sia roba da terzo mondo. Tutto questo è confutabile dalle parole di un procuratore generale che, nell’ambito del processo Regeni, accosta il giovane ricercatore alla figura del geometra romano Cucchi affermando che in entrambe i casi si debba parlare di tortura. Un’altra credenza, secondo molti parlamentari italiani, sarebbe quella che vede nel codice penale già delle punizioni per i funzionari che abusano del loro potere, ma si tratta sempre di soluzioni di sospensione dall’incarico e quindi non di vere e proprie condanne.

Questo sistema, che fa acqua da tutte le parti, mostra un’Italia vergognosamente pigra in tema di diritti, un’Italia che ha bisogno di scandalizzarsi davanti a dei giovani corpi martoriati per muoversi in questo campo. Dall’altra parte ci consola l’esistenza di una società silenziosa ma compatta che ogni giorno lotta contro l’inerzia sociale per garantire a tutti gli uomini i diritti che gli spettano.

 

Valentina Paluccio

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