Editoriale di Mario Aurilia – Il calcio italiano vive uno dei periodi più neri della sua storia. Appena otto anni fa, nel 2006, Fabio Cannavaro alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo. La vittoria nel Mondiale del 2006 veniva dopo lo scandalo “Calciopoli” che gettò, e getta ancora, un’ombra d’illegalità sul nostro sistema calcistico. Otto anni fa però il calcio italiano era ancora in grado di esprimere molti campioni, che furono messi insieme da Marcello Lippi e che portarono al trionfo gli azzurri. Oggi ad otto lunghi anni di distanza si commemora il calcio che fu.

L’Italia è stata mestamente sbattuta fuori dal Mondiale in Brasile. La nostra nazionale stenta a trovare i campioni, forse perché le squadre di serie A sono più impegnate ad acquistare giocatori stranieri e non  curano più i vivai. Soprattutto il campionato italiano ha perso quel prestigio che fino a qualche anno fa aveva. Se un giocatore voleva dimostrare di essere talentuoso, non poteva non giocare in serie A. Ad eccezione di Pelè e Di Stefano, tutti i più grandi giocatori di tutti tempi hanno disputato almeno una stagione nella massima serie italiana. Oggi, invece i top player vanno a giocare altrove. Vanno a mettersi in mostra in Spagna, in Inghilterra o in Francia. Spesso le nostre società calcistiche vedono fuggire i giocatori più bravi, altre volte si vedono sbattere la porta in faccia dai giocatori che non vogliono più mettere piede in Italia, anche per le tasse elevate, altre volte ancora mancano i soldi per comprare giocatori di livello.

Scattando questa fotografia il nostro calcio effettivamente non passa un buon momento. L’Italia è chiamata a cambiare anche in questo settore. Bisogna rinnovarsi!

Siamo stati abituati a dirigenti sportivi che negli anni ’80 e ’90 erano gli “sceicchi”del pallone. Nell’84, appena trent’anni fa, il Napoli acquistava Maradona per circa 14 miliardi di lire, una cifra pazzesca per l’epoca.  Poi c’era il Milan di Berlusconi e l’Inter dei Moratti che fino a poco tempo fa spendevano cifre faraoniche. La Juventus pure aveva, ed ha sempre avuto, i grandi campioni, ma non ha speso mai cifre blu come invece hanno fatto gli altri. Insomma le squadre italiane hanno badato ad acquistare i migliori calciatori a suon di miliardi, ma non hanno pensato a creare le strutture all’altezza dei campioni.

Qui sta il vero problema del calcio italiano oggi. I club più importanti d’Europa hanno in passato investito numerose risorse per costruire gli stadi, i centri sportivi dove far allenare i giocatori ed allevare le leve del futuro.  Il problema non è solamente di ordine economico. Basti pensare al Napoli risorto dalle macerie del fallimento nel 2004. Attualmente la società guidata da Aurelio De Laurentiis è quella che cresce di più in serie A in termini di fatturato. Nell’anno in corso ha vinto anche un premio per il fair play finanziario, cioè ha rispettato i parametri dell’UEFA per i bilanci in ordine nei club. Quindi ha anche i soldi da investire. Ebbene appena ieri il Comune di Napoli, proprietario dello Stadio San Paolo dove giocano gli azzurri, ha annunciato di aver raggiunto un accordo per una convenzione ponte fino al 2015. Cioè a meno di quaranta giorni dall’inizio del campionato il Napoli non sapeva ancora dove disputare le gare casalinghe.

La domanda allora viene spontanea: ma un giocatore che viene dal campionato spagnolo, inglese o francese perché dovrebbe accettare di venire a Napoli, guadagnare non molto di più e giocare in uno stadio il cui restyling risale a ventiquattro anni fa?

A questi grandi campioni possiamo raccontare di tutto. Possiamo dire che in quello stadio giocava Maradona, che il pubblico del San Paolo è unico, ma in un’epoca in cui le bandiere e il concetto di maglia non esistono più, cosa importa ad un ragazzo che gioca a pallone.

Certo i problemi non possono essere risolti solo con lo stadio, ma di certo in parete vengono alleviati.

In Italia questo è stato capito dalla Juventus e dall’Udinese che hanno investito fior di quattrini per dotarsi di stadi di proprietà.  I bianconeri riescono ad ottenere cospicue somme di denaro grazie agli introiti dello stadio.  Lo Juventus Stadium è un’opera avveniristica. Al suo interno ci sono ristoranti e negozi di qualsiasi gusto. Si può anche visitare il museo con le glorie della squadra.  Tutto questo significa merchandising e quindi soldi nelle casse del club.

A Napoli sembra che tutto questo non si possa fare. Fino a due giorni fa si correva il rischio di dover disputare le gare fuori da Napoli. Sono ben dieci anni che si parla di un nuovo stadio per i napoletani, ma di nuovo ci sono le sceneggiate, i malintesi e le ipocrisie tra la Società Sportiva Calcio Napoli e il Comune. Il Napoli non ha i soldi a disposizione, almeno adesso, per fare un’opera importante. L’ente comunale, dal canto suo, non vuole cedere a titolo gratuito un bene pubblico. Risultato: nessuno ottiene nulla, come si dice mal comune mezzo gaudio.

Speriamo che l’accordo in extremis di ieri tra palazzo San Giacomo e Napoli sia la base per il futuro del grande calcio partenopeo. Altrimenti accontentiamoci di un Napoli meteora e non stella iridata del calcio continentale.

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