In trent’anni nelle acque dei nostri mari potrebbero sparire il tonno e il pesce spada

 

C’erano una volta le cene a base di pesce e vino bianco che riunivano in nome del Made in Italy le famiglie del Bel Paese e gli amici attorno alle tavole di ristoranti specializzati. Bene, lungo gli ottomila chilometri di coste sul Mediterraneo i momenti conviviali saranno sempre all’ordine del giorno, ma a venir meno sarà il pescato italiano. Già, perché da aprile l’Italia dipende dall’estero e dei venticinque chili l’anno di consumo procapite, solo sei provengono dal mercato interno.

Le cause dello svuotamento

La colpa è ovviamente dell’uomo, del consumatore distratto, dell’inquinatore seriale. Secondo Greenpeace, più del 60% dei pesci mondiali è pescato in quantità superiori a quelle sostenibili dalla natura, sicché i pesci non riescono a riprodursi, perché sono pochi e non fanno in tempo ad accoppiarsi; in più, la mancanza anche solo di una specie genera cambiamenti alla catena alimentare modificando l’ambiente circostante.

Altra questione è quella comunitaria. Il paradosso vuole che essere sul Mediterraneo sia un’arma a doppio taglio. Qui ci sono ventidue paesi sulla costa, sette comunitari e quindici extra e ciò incide negativamente sulla gestione delle risorse. A Lampedusa, per esempio, in alcuni giorni i pescatori non possono uscire a mare, mentre nelle stesse acque pescano indisturbati i tunisini. Anche l’inquinamento ambientale gioca un ruolo incisivo alterando e allungando i tempi riproduttivi di molte specie. Si pensi al passaggio delle petroliere nei mari e a chi si sollazza con le moto d’acqua a pochi metri dalla costa e, ancora alle amministrazioni che non riescono a gestire gli scarichi a mare.

Il futuro è chiaro: il pesce continuerà a esserci solo se s’implementerà un rapporto sostenibile tra la pesca globale e questo bene prezioso e se l’UE riuscirà a imporre regole omogenee per la tutela dei mari.

Addio a tonni, pesce spada e merluzzi

Sempre Greenpeace riferisce che i salmoni sono quasi scomparsi dall’Atlantico. In Italia i cicerelli sono a rischio estinzione a causa dei metodi utilizzati per pescarli e la pesca del pesce spada sortisce gravi danni all’ecosistema a causa dell’uso degli spadoni, vietati dall’Onu e dall’Ue. Altro dato preoccupante è la perdita del tonno australe. Circa il 95%.

A popolare le acque ci sono, invece, le meduse che si nutrono delle larve dei pesci, quelli appartenenti alla catena alimentare.

La perdita marina non genera solo un problema ambientale, ma anche sociale, perché “se dovessero sparire merluzzi, anche sardine e acciughe- spiega il Wwf- si perderebbero migliaia di posti di lavoro”.

Import ed export

Il 20% del pesce consumato in Italia proviene dalla Spagna e, addirittura, il 50% arriva dai Paesi extra Ue. Marocco, Cina, Vietnam e India sono i maggiori fornitori. Non rappresenterebbe un male per il biologo Silvio Greco il consumo di pesci non autoctoni, se non fosse che l’impatto ambientale dei viaggi è evidente e che dal mercato cinese arrivano prodotti trattati e sbiancati a prezzi irrisori. A tal proposito – secondo il “Fishing for Proteins: How marine fisheries impact global food security up to 2050”  redatto dall’Universià di Kiev- , in un contesto in cui i paesi in via di sviluppo provvedono al 61% delle esportazioni globali, si profila uno scenario in cui molte persone esporteranno anziché mangiare pesce e per loro sarà complesso trovare un’alternativa di proteine animali.

Urge, pertanto, una ridistribuzione dei consumi la quale spinga i consumatori ad acquistare prodotti sostenibili a fronte, in primis di un miglioramento delle tecniche peschereccie.

 

Veronica Otranto Godano