Il tasso di denatalità in Italia ha raggiunto picchi molto alti negli ultimi anni. Le cause sono molteplici, dalla precarietà del mercato del lavoro alla carenza di servizi sociali per la prima infanzia, dalla lunga crisi di questi anni, dalla quale sembra sempre più difficile uscire, all’assenza di adeguati strumenti a sostegno dei genitori.  Un aspetto positivo in questo scenario poco rassicurante è dato dal d.lgs. 80/2015 sulla conciliazione dei tempi di vita e sull’equiparazione della maternità e paternità biologica a quella adottiva o affidataria. Inoltre, la legge amplia il diritto genitoriale ai lavoratori autonomi a liberi professionisti. Per la prima volta poi, s’introduce il tema della violenza di genere, riconoscendo alla donna vittima il diritto di poter usufruire di un periodo di congedo retribuito. 

Il punto centrale di tutta la legislazione a tutela della maternità e della paternità dei genitori che lavorano è il mantenimento del posto di lavoro. Il divieto di licenziamento opera dall’inizio della gravidanza al termine del periodo d’interdizione dal lavoro e fino a un anno di età del figlio/a. Nei casi in cui il padre sostituisce la madre per il periodo di congedo obbligatorio dopo il parto, questo divieto opera anche nei confronti del padre, sempre fino a un anno di età del figlio/a.

Congedo di maternità obbligatorio per le lavoratrici dipendenti

Il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro va dai due mesi precedenti la data presunta del parto ai tre mesi successivi. La sua durata è pertanto di cinque mesi. Il Testo Unico ha previsto la possibilità per la lavoratrice di scegliere di posticipare l’astensione fino al mese precedente la data presunta del parto, per poter usufruire dopo di un mese di congedo in più per accudire il neonato. Questo tipo di congedo, un mese prima del parto e quattro mesi dopo, detto flessibile, può essere utilizzato a condizione che un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale e il medico del lavoro, dove previsto, certifichino che la scelta non arrechi danno alla salute della madre e del nascituro. Il congedo di maternità anticipato, anche dai primi giorni di gestazione, può essere autorizzato quando:

  • vi siano patologie della gravidanza convalidate dalla certificazione medica
  • la lavoratrice sia addetta a lavorazioni pericolose e nocive e non possa essere spostata ad altre mansioni

In caso di parto plurimo, il congedo di maternità non si raddoppia, né si moltiplica secondo il numero dei figli.

Il congedo obbligatorio è pari all’80% della retribuzione, secondo la normativa in atto, ma la quasi totalità delle contrattazione collettiva prevede l’integrazione al 100%. E’ considerato un normale periodo di lavoro, dunque, sono maturate le ferie, la 13esima mensilità, gli eventuali miglioramenti contrattuali ottenuti nel periodo in cui la madre è obbligatoriamente assente (l. n°100/2008). La legge di stabilità (n°208/2015, comma 183) stabilisce che il congedo obbligatorio di maternità è calcolato ai fini dei premi di produttività.

Un’opportunità poco conosciuta dalle lavoratrici è di accreditare figurativamente, senza onere economico e a fini pensionistici, i periodi corrispondenti al congedo di maternità, intervenuti al di fuori del rapporto di lavoro. E’ necessario però, avere il requisito di 5 anni di contribuzione nell’assicurazione generale obbligatoria (art,25 Testo Unico) versato in costanza di rapporto di lavoro. Si tratta di un’occasione utile per il diritto alla pensione, anzitutto di fronte a due o più maternità in periodi in cui non si lavorava.

Permessi orari per i lavoratori dipendenti

permessi orari in origine erano collegati all’allattamento (art.10 legge n.1204/71), ma con il tempo hanno assunto il senso più generico della cura vicino al neonato, estendendosi quindi anche al padre. Si tratta di un’ora ogni giorno, se il proprio orario di lavoro è inferiore alle sei ore quotidiane; di due ore al giorno, pure cumulabili, se il proprio orario di lavoro è pari o superiore alle sei ore. (art.39 del Testo Unico). I permessi sono usufruibili dalla fine del congedo obbligatorio a un anno di età del bambino. I riposi orari sono pagati al 100% della retribuzione. Il D.lgs. 151/2001 permette, in caso di parto plurimo, di raddoppiare i permessi orari, sempre sulla base del proprio orario di lavoro giornaliero e di utilizzarli con libera scelta tra padre e madre.

Congedo parentale per i lavoratori dipendenti

La legge n°53/2000 e il Testo Unico (D.lgs. 151/2001) ha disegnato un sistema d’astensione facoltativa dal lavoro per entrambi i genitori, denominato “congedi parentali”. Entrambi i genitori hanno diritto, individualmente, a beneficiarne fino al compimento dei dodici anni di età del figlio/a. La mamma, in particolare, può usufruirne per un periodo fino a un massimo di sei mesi, frazionato o continuativo, dopo il congedo di maternità obbligatorio.

Quando si beneficia del periodo intero fino al massimo previsto, vanno considerati anche i giorni festivi e prefestivi; se invece si vuole usufruirne in modo frazionato, è necessaria l’effettiva ripresa dal lavoro, per evitare che siano compresi nel periodo di congedo parentale i giorni festivi infrasettimanali, i sabati e le domeniche. Durante questo periodo non si maturano le ferie. Non si ha diritto neanche alla tredicesima o ad altre eventuali gratifiche, anche se alcuni contratti hanno introdotto migliorie economiche e di risultato ai fini della carriera. Entrambi i genitori possono comunque avere congedo parentale contemporaneamente. Nel Testo Unico si legge che i genitori possono chiedere il congedo parentale per ogni figlio: quindi, tanti figli, tanti congedi parentali.

La legge di Stabilità 2016 (n.208/2015, comma 298) permette finalmente il cumulo per il riscatto del congedo parentale e della laurea, prima impedito.

Alternative al congedo parentale 

Una delle possibilità potrebbe essere quella del part-time. In particolare, l’articolo 8, comma 7, del D.lgs. 81/2015 afferma che “il lavoratore può chiedere per una sola volta, invece del congedo parentale, la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in tempo parziale per un periodo corrispondente, con una riduzione d’orario non superiore al 50%”. Il preavviso necessario è di quindici giorni, mentre per il congedo parentale è di due.

Anche per tutto il 2017 sono stati prorogati i voucher baby sitting, in precedenza previsti solo per il 2016. E’ un’agevolazione di 600 euro che spetta alle mamme che tornano al lavoro dopo la maternità obbligatoria. L’importo è erogato per un periodo massimo di sei mesi; tre mesi per le lavoratrici iscritte alla gestione separata. La madre lavoratrice ha la possibilità di richiedere, al termine del congedo di maternità, i voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting. Per tutto il 2017, poi, è stato esteso il bonus nido. 1000 euro all’anno, corrisposti in 11 mensilità, per il pagamento delle rette dell’asilo nido.

Congedo per malattia del figlio/a 

I genitori possono scegliere di stare vicino al figlio ammalato per il periodo della prognosi, ma mai insieme, solo in alternativa. Ogni figlio ha diritto al proprio congedo di malattia. Non ci sono limiti temporali fino a tre anni di età.

Nel settore privato, questi congedi non sono retribuiti. Nel pubblico, al contrario, è previsto un mese di congedo per malattia al 100% della retribuzione, ogni anno fino ai tre anni. Tali periodi sono validi ai fini del diritto e della misura della pensione. Dai tre agli otto anni di vita, i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, hanno diritto a 5 giorni l’anno di congedo per ogni figlio/a. In questo caso, altresì, i genitori possono goderne solo in alternativa e non contemporaneamente. Nel pubblico impiego, così come avviene nel privato, questi giorni non sono retribuiti.

N.B.: sia nel pubblico sia nel privato, ai congedi per malattia del figlio/a non si applicano le disposizioni sul controllo della malattia del lavoratore. Il bambino ammalato non può essere sottoposto a visita fiscale, né il genitore che lo accudisce deve rispettare le fasce orarie di reperibilità.

L’assegno di maternità dello Stato per lavoratrici precarie o disoccupate

Le madri che lavorano saltuariamente, in modo occasionale e precario, possono richiedere l’assegno di maternità dello Stato pagato dall’Inps. L’importo, di 2.086,24 euro annui, può essere pagato in misura intera, se la madre non ha diritto a nessuna indennità di maternità. L’assegno è pagato per ogni figlio: tanti nati, tanti assegni. La domanda deve essere presentata entro sei mesi dalla nascita, o dall’ingresso in famiglia, pena la decadenza del diritto. La cifra sarà accreditata sul proprio conto corrente entro 120 giorni. Possono richiederlo: cittadine italiane o comunitarie residenti in Italia al momento del parto  o dell’ingresso del minore adottato/affidato nella famiglia della richiedente; cittadine non comunitarie residenti in Italia al momento del parto o dell’ingresso nella famiglia del richiedente, che deve essere in possesso del permesso di soggiorno CE soggiornanti di lungo periodo; il figlio di una cittadina non comunitaria nato all’estero deve avere lo stesso titolo di soggiorno della madre, mentre non occorre il titolo di soggiorno per il figlio nato in Italia.

La lavoratrice deve avere tre mesi di contribuzione previdenziale nel periodo compreso tra i diciotto e i nove mesi precedenti la data del parto o dell’ingresso in famiglia. Può aver lavorato come subordinata, parasubordinata o in forma autonoma. Per la mamma disoccupata che ha prima fruito di una prestazione Inps (malattia, cassa integrazione, mobilità, disoccupazione), vale sempre il requisito dei tre mesi di contribuzione per maternità nel periodo compreso tra i diciotto e i nove mesi precedenti la data del parto o dell’ingresso in famiglia.

Assegno di maternità dei Comuni

L’assegno di maternità dei comuni è una misura di sostegno al reddito che è erogato dall’Inps, ma è a carico del comune di residenza. Possono riceverlo tutte le madri che non svolgono attività lavorativa, che abbiano avuto un figlio o che l’abbiano ricevuto in affido (a condizione che non abbia più di 6 anni). La domanda va presentata al Comune di residenza entro 6 mesi dalla data del parto o dall’ingresso in famiglia del minore. L’assegno può essere dato anche ai padri vedovi o che abbiano ricevuto il figlio in affidamento esclusivo. Non è cumulabile con l’assegno di maternità statale, mentre si può ricevere insieme al nuovo bonus mamma domani: cifra di 800 euro corrisposta in un’unica soluzione per la nascita o l’adozione di un minore su domanda della futura madre a partire dal compimento del settimo mese di gravidanza oppure alla nascita, adozione o affido.

Veronica Otranto Godano

Fonti

– “Mamme e Papà che lavorano”, a cura dell’Inca-Cgil nazionale