Il diritto alla vita, ma ancor prima il diritto alla scelta, all’autodeterminazione di quelle donne che vorrebbero decidere del proprio corpo e che, invece, si trovano dinanzi a una pervicace negazione di ciò che spetta loro. Un diritto che è diventato una caccia alle streghe, a causa delle iniquità riscontrate nell’applicazione della legge 194 del 1978. Quando si parla di aborto, occorre possedere una coscienza molto sviluppata per andare al di là di retorica e preconcetti; pure in una giornata come l’8 marzo, in cui fare il punto della situazione significa rendersi conto che ancora il libero arbitrio delle donne è rimesso al genere maschile. Esistono donne che intravedono nella maternità il coronamento di una storia d’amore, altre che affidano la realizzazione personale alla gravidanza e alcune che semplicemente non vogliono avere figli e, dunque, per tale motivazione, non desiderano essere additate come mostri. 

L’aborto naturale è senz’altro un trauma per chi quel figlio l’ha voluto, quasi invocato. L’essere madre è uno status esistenziale cui potrebbero aderire tutte le donne. Non ci sono classi sociali o titoli di studio che siano esenti dal sogno di voler geminare la propria esistenza. Anche in letteratura ci sono validi esempi che attestano la sofferenza provocata da un aborto.  Lo sapeva bene Oriana Fallaci, quando nel suo “Lettera a un bambino mai nato” scriveva: “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, si è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore.”

Se, però, poter diventare madri è un processo naturale, non lo è, al contrario, volerlo. La decisione di abortire, pertanto, non è detto che determini sempre un’afflizione. Secondo Brenda Major, autrice insieme con altri di Psychological responses of women after first-trimester abortion, il 69% delle donne che ha abortito entro i primi tre mesi ha dichiarato che lo farebbe di nuovo, il 72% che il beneficio è stato maggiore del danno e l’80% che non è stata vittima di depressione. Si deve riconsiderare, quindi, l’Ivg da un’altra prospettiva, affinché le donne non siano considerate un esercito di assassine. Ma qual è la situazione in Italia?

Nel bel paese la situazione dovrebbe essere molto evoluta, essendo l’Italia una nazione sviluppata economicamente e culla di una cultura inestimabile, ma la realtà ci appare molto diversa. Vige, infatti, la Legge n. 194 che regola l’accesso all’aborto, approvata dal parlamento dopo anni di lotte da parte soprattutto del Partito Radicale e dal CISA (Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto), per la decriminalizzazione e ordinamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Questa normativa consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere all’IGV in una struttura pubblica nei primi novanta giorni di gestazione e istituisce molti consultori che possono essere d’aiuto e supporto in questa scelta delicata.

Insomma la legge garantisce, sulla carta, il servizio che uno stato democratico dovrebbe fare ossia lasciare libera la scelta e aiutare la donna, attraverso delle sedute con medici e psicologi, a capire ciò che veramente sia buono per lei e per il bambino. Non lasciarla sola è il minimo sindacale per una nazione che si professa sostenitrice dei propri cittadini. Ma oggi, si diffondono a macchia d’olio i medici che scelgono di essere obiettori di coscienza. Si apre difatti la questione dell’obiezione di coscienza che più semplicemente è la possibilità di rifiutare di adempiere a un dovere, imposto dall’ordinamento giuridico, da parte di chi ritiene, così facendo, di andare contro i suoi ideali etici.

Ne è un esempio chiaro quella donna di Padova che ha dovuto girare ben ventitré ospedali per interrompere la sua gravidanza e che è stata sostenuta nella sua battaglia dalla Cgil, mentre l’Usl 6 ha smentito l’episodio parlando di 529 aborti gestiti nell’anno appena passato. Decisa la risposta del sindacato che ha rilevato la preoccupazione della signora la quale, essendo già al secondo mese di gravidanza, si è vista rifiutata da molti istituti ospedalieri, subendo così un forte trauma psicologico. Diverso è invece il caso della regione Lazio, in cui il presidente Zingaretti e l’Ospedale San Camillo hanno proposto un bando per introdurre medici non obiettori di coscienza all’interno di un panorama che sembra non voglia ottemperare ai dettami della 194.

In questo scenario la linea di confine tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si dovrebbe fare si mostra molto labile, un turbinio di schegge impazzite e insospettabilmente anarchiche che gridano allo scandalo senza valutare, talvolta, quello che veramente può spingere una donna verso questa scelta.

Veronica Otranto Godano

Valentina Paluccio

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