di Vincenzo Galatro – Nell’esercizio del diritto alla salute, il c.d. “consenso informato” rappresenta un’importante prerogativa riconosciuta al paziente, che non può essere obbligato – salvo casi eccezionali – ad alcun trattamento medico-sanitario. In via preliminare e per poter correttamente agire, il medico sottopone il paziente al c.d. questionario anamnestico, la cui compilazione è indispensabile al fine di optare per un corretto approccio terapeutico. Le risposte al questionario, che dovranno essere sincere e veritiere, saranno considerate strettamente confidenziali e riservate, come per altro imposto dall’obbligo deontologico del segreto professionale e dalla normativa sulla gestione e la tutela dei dati personali (c.d. legge sulla privacy). Nel caso in cui le domande del questionario conoscitivo iniziale non fossero di facile comprensione, il paziente può sempre chiedere spiegazioni ed ha il diritto di ricevere chiarimenti da parte del medico, evitando di fornire risposte imprecise.

Al consenso informato è strettamente correlato l’obbligo di informazione – da parte del medico – circa la natura e gli effetti di un determinato intervento chirurgico o trattamento terapeutico.

Infatti, il difetto di informazione non consente di ottenere un valido consenso informato da parte del paziente, con la conseguente configurazione di un atto illecito posto in essere dal personale sanitario.

Il dovere di informazione consiste anche nell’obbligo di informare il paziente sulle possibili difficoltà, probabili conseguenze e sugli eventuali rischi collegati al trattamento sanitario, valutando anche le diverse alternative esistenti in relazione all’intervento specifico.

L’obbligo in questione si estende ai rischi prevedibili – secondo il principio dell’id quod plerumque accidit – con esclusione degli esiti anomali rientranti nel caso fortuito o nella forza maggiore.

La necessità del consenso del paziente all’attività medica discende dal principio costituzionale della inviolabilità della persona umana di cui all’art. 13 della Costituzione, nel cui ambito deve ritenersi inclusa la libertà di salvaguardare la propria salute e la propria integrità psico-fisica.

Il consenso del paziente alla prestazione medico-chirurgica deve essere personale e specifico: pertanto, negli interventi chirurgici articolati in varie fasi, che assumano una propria autonomia gestionale e diano luogo a scelte operative diversificate, ognuna delle quali presenti rischi diversi, l’obbligo di informazione del sanitario si estende alle singole fasi ed ai rispettivi rischi.

La funzione principale del consenso è quella di consentire al paziente una scelta libera e consapevole in relazione all’eventualità di sottoporsi o meno ad un determinato trattamento medico.

Tuttavia, la volontà del paziente è soggetta al vincolo di cui all’art. 5 c.c., che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica.

Tale disposizione indica la parziale disponibilità del proprio organismo: pertanto, l’efficacia scriminante comprende soltanto atti di disposizione del proprio corpo a scopo terapeutico.

Il consenso prestato dal paziente non giustifica la responsabilità del medico in caso di violazione delle specifiche leges artis. Infatti, la volontà espressa nell’atto di consenso ha ad oggetto l’accettazione del rischio che comporta il sottoporsi ad un certo intervento o trattamento medico chirurgico; ma non può in alcun modo assumere una valenza di esonero da responsabilità professionale colposa nell’esercizio della prestazione medica.

Per quanto concerne l’ipotesi di inadempimento o inesatto adempimento dell’obbligo di informazione, l’orientamento della giurisprudenza giunge ad inquadrarlo come responsabilità contrattuale.

Ai fini della configurazione dell’illecito civile e del relativo diritto al risarcimento, sembrerebbe non bastare il mero accertamento della mancanza di informazioni. Infatti, la responsabilità medica sarebbe legata all’accertamento di quella che sarebbe stata la decisione del paziente qualora fosse stato correttamente informato.

Pertanto, l’inadempimento dell’obbligo di informazione configurerebbe un’ipotesi di illecito civile soltanto qualora il paziente fosse stato sottoposto ad un trattamento terapeutico al quale non avrebbe acconsentito se correttamente informato sugli eventuali rischi e le relative conseguenze.

Per cui, l’obbligo di risarcimento nascerebbe a carico del medico, solo per le lesioni connesse al trattamento sanitario, e la verifica della responsabilità dipenderebbe da calcoli probabilistici, che non potranno mai stabilire con certezza le vere intenzioni del paziente e che cosa avrebbe effettivamente deciso se avesse ricevuto regolarmente le informazioni prescritte dalla legge.

L’assenza di consenso informato, anche qualora il trattamento terapeutico sia condotto con successo, implica l’addebito di responsabilità a carico del medico, in quanto la violazione del diritto di autodeterminazione del paziente lo ha privato della possibilità di scegliere liberamente se sottoporsi o meno ad un determinato intervento medico.

 

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