I fatti tragici di Parigi dello scorso 13 novembre 2015 hanno messo in subbuglio la quotidianità europea, ma anche la politica estera di tanti Stati, che nel corso nei mesi hanno lasciato, quasi tranquillamente, l’armata terroristica dell’ISIS di armarsi, di reclutare altri fanatici disperati che non hanno nulla da perdere e tanto da rimproverare, ma soprattutto di rinforzarsi. La loro forza non sono le armi, o quanto meno non solo le armi, armi che ancora si stenta a capire da chi siano pagate, probabilmente anche contrabbandate. La loro forza è un’altra, è qualcosa di altamente inquietante e che non dovrebbe farci dormire la notte: la finta integrazione. Finta perché questi soggetti decidono di accodarsi ad un esercito che manda a morire solo pochi soggetti che, come detto, non hanno niente da perdere essendo pressoché individui emarginati, disperati, che per soldi venderebbero anche i loro figli. Integrazione perché in molti casi coloro che vanno ad ammazzare centinaia di civili non sono realmente siriani o comunque mediorientali, ma sono cittadini nati e cresciuti nelle città europee. Ecco perché parlare di chiusura delle frontiere può essere considerata solo un grido disperato lanciato a caldo, perché la chiusura vieterebbe l’ingresso ma anche l’uscita. Allo stesso modo non può essere la guerra in trincee a risolvere il problema, probabilmente neanche la guerra aerea. I servizi segreti sono stati creati per evitarle, per prevenire gli attentati terroristici, ma forse neanche l’aumento della tecnologia, del dialogo tra forze segrete europee e irachene sono in grado di prevenire. È molto semplice pensare ai tanti film nei quali è tutto così semplice, intercettazioni, spionaggio, localizzatori ed il gioco è fatto, l’attentato è sventato. Ma è davvero più difficile di così o gli uomini non sono adeguati alla gravità ed alla grandezza del corpo armato? Eppure tanti attentati sono stati sventati, ma al tempo stesso molti terroristi identificati, schedati non sono stati arrestati, perché i servizi segreti non sono stati in grado di fermarli.

Ora però bisogna concentrarsi sulla reazione agli attentati di Parigi. Il tricolore sui social non è di certo l’arma giusta, come non lo sono gli hashtag promossi. La voglia di guerra è troppo forte e proviene non solo dai cittadini impauriti, ma soprattutto dalle forze politiche che ripetono la storia dell’ ”Armiamoci e partite!”. L’Italia troppo spesso ha fatto questo errore, armarsi e lasciar partire. Corsi e ricorsi storici che si ripetono dalla Prima Guerra Mondiale, alla seconda, all’intervento in Iraq ed in Afghanistan. I Trattati obbligano il nostro Paese a partecipare attivamente alle questioni militari che coinvolgono altri Paesi appartenenti alla NATO, ma questa non può essere una motivazione tale da giustificare la partenza di massa di tanti giovani soldati, che nel migliore dei casi torneranno in Patria con traumi quasi insuperabili. Nassiriya non può non insegnare. La Seconda Guerra Mondiale non può non insegnare. L’errore fatto da Benito Mussolini nel farsi annichilire da uno psicopatico come Adolf Hitler, non che si vogliano giustificare gli errori censurabili e ingiustificabili del regime fascista, ma bisogna conoscere l’intero periodo storico per sapere che quello che veniva chiamato Duce in politica estera era molto apprezzato, prima di allearsi con quella che stava cercando di diventare una potenza europea nutrita di voglia di vendetta per il trattamento post bellico che ha ricevuto nei Trattati di Pace di Wilson ed in seguito con la costituzione della Lega delle Nazioni.

Negli anni successivi al periodo bellico e fascista l’Italia è stata sotto “occupazione” americana con il lungo armistizio durante il quale il Sud era sotto pieno controllo statunitense essendoci ancora la sovranità dei Savoia fuggiti a Brindisi. Nel corso dei tempi la sovranità nazionale difficilmente ha fatto sentire la sua voce rispetto alle decisioni prese dagli altri appartenenti alle Società delle Nazioni e poi dell’ONU e della NATO. Probabilmente l’ultima presa di posizione in questo senso è quella che fece Craxi nei confronti di Regan quando voleva comandare in casa nostra, quando a Signorella si stava aprendo un vero e proprio strappo diplomatico, ma in quell’occasione è stata la sovranità italiana a vincere. Quella volta, perché nelle altre occasioni l’Italia troppe volte ha fatto l’agnello in mezzo ai tanti lupi. Dal Libano, alla Libia alla guerra dopo l’11 settembre 2001 contro Osama Bin Laden e Saddam Hussein.

L’opera infinita di democratizzazione statunitense nei confronti dei paesi mediorientali ignorando placidamente le dittature militari sudamericane, non può non essere considerata come la miccia per il risveglio di questi gruppi terroristici dormienti che erano sotto scacco grazie proprio ai dittatori che l’America ha voluto aspramente rimuovere dai loro Paesi. Ora si potrebbe commettere lo stesso errore. Vladimir Putin affianca Assad nella guerra siriana contro i terroristi, mentre gli stati della NATO vorrebbero deporre anche lui e lasciar spazio ai tanti estremisti islamici, che si rifugiano dietro la logica coranica della jihad per conquistare il mondo muovendosi per mano di chissà quale capo di stato ambizioso, o semplicemente vendicativo, proprio come è stato fatto per la Fratellanza Islamica contro Re Abdullah.

Non si possono ancora una volta mandare centinaia di migliaia di soldati a morte quasi certa nel deserto asiatico per bombardare pochi, perché fondamentalmente sono pochi, soldati dell’ISIS, mentre nelle nostre città nel silenzio, nel buio, tramite la Playstation, tramite Skype ci sono gli occidentali che sputano nel piatto dove hanno mangiato per anni e anni. La palla venga passata ai servizi segreti, pagati per sventare attentati, arrestare terroristi e mettere al sicuro i nostri Stati.

Cristina Mariano