La questione meridionale e il piano di ripresa targato Pd

di Simona Borzi – L’annosa questione meridionale[1], nata all’indomani dell’unità d’Italia, sembra ripresentarsi. A riproporla è il famoso “Masterplan” targato Pd: il piano per la ripresa del Mezzogiorno, annunciato dal premier Renzi nel corso di un incontro istituzionale a l’Aquila lo scorso 25 agosto. “In 3 anni andremo a togliere le ecoballe dalla terra dei fuochi” – una delle promesse del Premier. Basta col “piagnisteo” e con la “retorica autoassolutoria del Sud abbandonato”- una delle battute, invece. “Al Sud  a mancare non sono i soldi ma la politica”- la stoccata.

Una questione, quella meridionale, giammai anacronistica rispetto ai giorni nostri, con la differenza probabilmente che prima si pensava che solo la Campania, o il Sud intero fossero bistrattati, mentre oggi il discorso è più esteso e generale e se si va attenuando quello storico divario tra Nord e Sud è non perché le condizioni al Sud siano tanto più migliorate, quanto piuttosto perché la decadenza tocca l’intera Italia.  Oggi esiste una questione del Mezzogiorno in quanto questione italiana, tuttavia manca un ceto politico capace di interpretare la questione meridionale in una dimensione nazionale.

Ecco che nell’agenda del  Partito Democratico si parla di rilancio del Mezzogiorno, le cui sorti senz’altro non possono prescindere da scelte prese a livello nazionale. Intanto la traduzione pratica di questo piano non ci sarebbe prima della metà del mese in corso, quando dovrebbero essere attuati “interventi mirati e concreti” per il Sud, in vista della Legge di Stabilità dell’autunno prossimo. Staremo a vedere. Certo è che quella dello scorso anno non può obiettivamente dirsi essere stata tra le più favorevoli per il Sud, avendo solo contribuito con 3,5 miliardi di euro al finanziamento degli sgravi contributivi. E certo è pure che un  serio ‘plan’ di rilancio del Mezzogiorno deve basarsi sul  pragmatismo, sul senso della misura e sulla convinzione del cambiamento, nonché sulla vicinanza alle esigenze dei cittadini. E quindi non solo sulla previsione di qualche sgravio fiscale che però poi va ad operare in simultanea con la chiusura di università ed ospedali. Il sud ha bisogno di investimenti veri e di rientrare in un modello di sviluppo che non sia solo turismo e energia verde, che producono massimo il 30% del Pil di un territorio. Così come non si possono immaginare grandi cambiamenti in positivo se non si favorisce una politica che tenga conto di alcuni aspetti fondamentali del territorio del Mezzogiorno, intorno ai quali si gioca la partita del Sud: la centralità del Mediterraneo, come polo di attrazione di porti e piattaforma logistica capace di catalizzare i traffici del commercio marittimo; l’incentivazione del sistema delle imprese per offrire ai giovani una maggiore domanda di lavoro; la messa in sicurezza del territorio con la previsione di misure per curare il dissesto idrogeologico ed affrontare le situazioni di emergenza (come nel caso della recente alluvione in Calabria).

Il Sud non può, come attualmente avviene, restare isolato dalle grandi strategie di investimento dei fondi, e accerchiato dall’assistenza che ha prodotto tanta spesa pubblica e pochi investimenti.

E allora forse sul rilancio del Mezzogiorno andrebbe fatta una riflessione più che tecnica, culturale: etica della responsabilità e competenze globali. O si porta il Sud nella globalizzazione o la globalizzazione prende dal Sud solo ciò che le conviene.

 

 

 

 



[1] La questione meridionale ha origine nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari in cui l’autore denuncia le condizioni di vita dei bambini nei bassi napoletani.

 

 

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