Z_arbitro_Mazzoleni52ddbbaa0fd42.jpgEra il 2006 quando venne a galla il famosissimo scandalo “calciopoli” che coinvolse la Juventus e altri club. Un avvenimento che sconvolse tutte le certezze dei tifosi, che portò una nube nera sull’intero mondo del calcio da giocatori, a società ad arbitri. Al di là di ogni presunzione di innocenza, di processi svolti, assoluzioni e condanne l’eco di tutto ciò risuona ancora nell’animo di tutti i tifosi italiani coinvolti o meno nell’accaduto.

Senza rievocare l’accaduto, che tutti conosciamo e ricordiamo, quello che si nota nell’ambiente delle diverse tifoserie è il sospetto verso lo sport che più amano. Una passione forte che ha deluso. Tutto è cambiato da quel giorno. Il modo di vedere e vivere la partita, di interpretare un episodio o una decisione arbitrale o anche il semplice atteggiamento di quest’ultimo verso certi giocatori. L’accusa più forte che rimbalza su ogni curva è quella di presunta sudditanza psicologica da parte della vecchia generazione arbitrale verso certe squadre blasonate e certi giocatori che solcano il rettangolo verde da decenni. Un ambiente che ormai respira più un’aria antijuventina che un’aria napoletana, interista, milanista, catanese e via dicendo. Quello che accomuna tutte le tifoserie è, come detto, la diffidenza nel vivere il calcio domenica dopo domenica. La Juventus è la squadra che più “risente” proprio perché maggiormente coinvolta nello scandalo, ma anche le altre squadre blasonate sono seguite con il cannocchiale per cercare a tutti i costi un qualcosa che motiva un dissenso, un puntare il dito. Il tutto viene accentuato dai numerosi programmi sportivi che concentrano le loro energie a interpretare l’episodio, il labiale, il cartellino con tutte le moviole, i replay e le valutazioni che danno ai direttori di gara. Ogni programma ospita un ex arbitro o un commentatore o un ex giocatore, insomma chiunque sia stato nel campo a giocare o allenare, che possa giudicare il tutto. Tutto amplificato da tutti.

Un possibile errore arbitrale è considerato da tutti come una decisione sbagliata appositamente per agevolare chissà chi per chissà cosa. Un cartellino di troppo sarebbe esposto per togliere un titolare diffidato nella partita successiva, un cartellino in meno sarebbe mostrare un occhio di riguardo per il giocatore “imputato”. A volte anche l’atteggiamento stesso della squadra durante una partita viene messa sotto torchio per cercare il marcio. Tante cose che probabilmente sono campate in aria ma che ormai, usando un termine dialettale, intossicano l’anima del tifoso.

Ingigantire ogni cosa è olio che cola per chi ha l’esigenza di vendere, di essere visti e seguiti, e non ci si preoccupa delle conseguenze che comportano.

Il dubbio è umano, è vero, ma la pulce nell’orecchio a volte è gratuita. Quella che aleggia è un’atmosfera quasi tetra, ma sempre tesa, di sospetto e, in un certo senso, di paura di ricadere in certe situazioni scomode. A volte è lo stesso ambiente che alimenta la polemica mettendo tarli per la testa, che lancia la frecciatina, che rivanga commentando con frasi del tipo: “Probabilmente diamo fastidio”, “Sta diventando un caso”, come se la partita si basasse sull’errore o sull’episodio. Tutto viene snaturato, minimizzando i 90 minuti in quella frazione di secondo che indubbiamente potrebbe anche compromettere il restante minutaggio, ma, come si dice, la palla è rotonda: questo, però, pare che sia un dettaglio trascurabile.

 
Cristina Mariano

CONDIVIDI