Il mio incontro con lei fu brutalmente inatteso seppur deliziosamente appagante, esordio esemplare di una di quelle relazioni destinate a proseguire, tra melense reciproche promesse e conflitti nebulosi, per una vita intera. A scuola, durante un insolitamente tiepido Settembre, tra un’ora di greco e una di fisica si collocava enigmatica un’ora di “filosofia”: pensai che tale deviazione da più note materie si sarebbe più avanti rivelata poco più che una perdita di tempo. Mi sbagliavo: mi conquistò e – come da copione già scritto – mi innamorai di un amore pieno e puro, a tratti non ricambiato. Si trattava di una scommessa, di un atto di fede ingenuo, di quelli che solo a sedici anni si possono professare. Quando mi fu chiesto, da una madre (la mia) dubbiosa e perplessa cosa fosse la filosofia e perché mai io avessi scelto di occuparmene all’università, mi sentii sentita rivolgere una domanda che più e più volte ho ascoltato – negli anni successivi – e a cui ancora oggi mi ritengo inadeguata a rispondere. Prendo furtiva in prestito le parole d’altri  e, in primo luogo, chiedo prezioso aiuto alla lingua greca, che mi ricorda che filosofia è “amore per la sapienza”: si tratta di un amore da cui nessuno è esonerato, giacché nessuno mi risulta sia immune al suo richiamo, né in grado di resistere al desiderio che gli è connaturato. Come la più democratica tra le istituzioni, Filosofia non sottrae a tale obbligo, né priva alcuno del diritto naturale che ne è fondamento: ogni uomo è razionale e tende al sapere, così come mi ammonì Aristotele. Platone già mi aveva insegnato – settimane addietro – che Filosofia è ricerca, indagine, vizio dell’esplorazione, penna per prender nota. È Socrate ad aver detto quanto appresi: il sapere di non sapere rappresenta, tra tutte, la condizione più auspicabile, perché è al contempo sprone e desiderio, sforzo e passione.Colui che desidera conoscere lo fa per sottrarsi al limite del non sapere, o per fissarne il confine ogni giorno in terre più lontane: è nell’esplorazione che nasce Filosofia, ed è nel confronto che si arricchisce di lineamenti raffinati e di grazia crescente.

Con la mancanza di superbia che la rende tanto silenziosa fa capolino tra la gente, allena al pensare ed esercita al fare. Sussurra, consiglia, o timidamente suggerisce; insegna ad operare e a servirsi di ciò che si sa: a nulla servirebbe convertire pietre in oro se di questo non se ne conoscesse l’uso, come si legge nell’Eutidemo di Platone. C’è chi giura, poi, di aver visto Filosofia aggirarsi per la città con fare timido, ma mai impacciato, non solo incuriosita, ma meravigliata; ma è nell’agorà che dà il meglio di sé, in quanto nasce interessata alle cose del mondo non meno che a quelle che al mondo sfuggono: esercita alla democrazia, al confronto, affina il gusto della ricerca della verità, rendendola incessante. A chiunque l’abbia incontrata, ha insegnato il valore del formulare domande, non meno pregevole di quello delle più argute delle risposte. Non esigenza mentale, ma bisogno del cuore, l’intuizione sorge nel più semplice degli animi come nei più ammaestrati degli intelletti: Filosofia è acuta e dotata di memoria robusta, tanto che – qualora le venga richiesto – fornisce con compiaciuto zelo una puntuale ricapitolazione delle cose del mondo “che soddisfi le esigenze dell’intelletto e il bisogno del cuore”, come ebbe a dire Wilhelm Wundt. Il debito più gravoso che qualcuno abbia mai contratto con Filosofia, così come è stato diligentemente registrato, non è legato a quel che si sa (i contenuti, quanti che siano, rimangono effimeri per loro stessa incorreggibile indole) ma agli strumenti che ha generosamente donato, e che si sono rivelati supporti preziosi nel lavorio continuo dell’apprendere. Filosofia è entusiasta quando ascolta qualcuno negare con moderata certezza l’esistenza dell’unica verità giacché quest’ultima, come le pare evidente, ha più sfumature di quelle di tutte le onde del mare, di cui risaputa è l’infinità. Filosofia non è sapienza, ma ne è la poderosa brama, e accarezza chiunque si meravigli dinanzi all’inaspettato, o al non esplorato, ma si rivela tuttavia pessima compagna, avvezza ad instillare in ogni angolo il dubbio, e a gettare sospetti sopra ogni cosa. Filosofia è l’amante furtiva di chi, se non sa, vuol porvi rimedio: sprona chi si meraviglia, e supporta chi, avendo tremato dinanzi al misterioso alternarsi delle mille facce della luna, si affanna a cercarne la causa, come ci racconta Aristotele nella Metafisica.

Un simile discorso fu da me rivolto a mia madre. Non so se le sembrò impacciato il mio dire  – o debole l’argomentazione – ma non seppe dissimulare le perplessità e continuò, esigendo una risposta più concreta, netta.  Io mi allontanai – offesa, quasi – ignara che solo qualche anno dopo avrei trovato, leggendo Cicerone, una risposta se non utile in assoluto, efficace allo scopo. Potessi tornare indietro, le risponderei con fare deciso: “Non c’è niente di così ridicolo che non sia stato già detto da qualche filosofo”. Probabilmente, almeno, avrebbe riso. L’avrei in qualche modo meravigliata, sorpresa. L’avrei resa filosofa più di quanto ella stessa sospettasse, o comunque potesse immaginare.

A cura di                                                                                                                                                                                 Carla Zambrano

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