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Cosa rivelano le parole? La sapienza, la verità, la cattiveria, l’amore, la simpatia, l’inconcludenza, la risata, l’ironia, la ragione… e così all’infinito. Da sempre la parola ci ha librato in alto, e ci ha consentito la “padronanza” della Terra. Abbiamo avuto il dono del linguaggio, del gesto, della prossemica, doti che ci hanno portato, secolo dopo secolo, alla ricerca mai paga dell’armonia del mondo, spesso attraversando percorsi tortuosi, ma sempre animati dal desiderio quasi estenuante di una comunicazione, in grado di abbattere quella barriera, sebbene invisibile, che nonostante gli sforzi esiste tra sé e l’altro da sé. Aristotele agognava l’entelechia, ( [entelekeia], composto di [en telei ekein] essere compiuto), come la realizzazione massima dell’essere umano. Un qualcosa di compiuto e di perfetto. Un termine andato nel dimenticatoio, come tanti altri della nostra lingua perfetta. Non intendo andare oltre su questa strada, che ci porterebbe lontano, ma ho scelto questo incipit, per sottolineare un solo, unico, ineludibile concetto: la parola è il momento fondamentale del percorso umano di ciascun uomo. Anche quando pensiamo usiamo le parole.

Nell’attuale società complessa, poliedrica, contraddittoria e decadente, le parole dovrebbero essere usate davvero cum grano salis. Se non saremo capaci di questo, poche sono le speranze per il futuro. Siamo praticamente tartassati da parole in libertà, spesso prive di concetti reali, ma intrisi di luoghi comuni triti e contriti. Ripetitivi. Ipocriti. Sacchi vuoti alla ricerca affannosa del consenso. Assistiamo ad un evidente degradamento della parola, e non parlo solo della sguaiatezza con cui spesso ci si esprime, ma dei mille termini, a cui ho già accennato, ormai caduti totalmente in disuso. Eppure, e può sembrare un paradosso, il male peggiore a volte proviene dai neologismi, attività che è divenuta quasi un esercizio, bandendo non solo la grammatica e la sintassi e l’etimologia dei termini, ma creando precedenti deprecabili, in grado di fare esasperare ancor di più il male dal quale lo stesso termine è scaturito.

Ora, fermatevi un minuto, in silenzio su questa parola: FEMMINICIDIO. Quale immagine evoca in voi? Vi sembra questo il termine più idoneo ad arginare questa follia che solo dall’inizio di quest’anno ha fatto salire il numero delle vittime a settantacinque? Già nel 2012 (l’ho scoperto, proprio mentre preparavo questo pezzo) l’arguta Isabella Bossi Fedrigotti (giornalista e scrittrice), metteva in guardia sul Corriere della Sera, dall’insidia che poteva nascondere un siffatto neologismo.
Vi pare mai possibile che per definire l’avanzare del fenomeno terrificante di uomini che uccidono le proprie donne si usi il termine FEMMINICIDIO?! E’ una pura follia, ascoltata ogni giorno, una nefandezza linguistica che si consuma anche in Parlamento!

Il latino dal quale discende la nostra lingua, aveva anch’esso la differenza di genere (compreso il neutro), e quando si parlava di donna, valga Cicerone per tutti (date un’occhiata al Mariani o al Castiglione e Mariotti), si usava il termine mulier, che stava per sposa, donna, fidanzata.
Tanto è che una delle preghiere più cara al cuore dei Cattolici quale è l’Ave Maria, in latino così recita: Benedicta tu in mulieribus– Tu sei Benedetta tra tutte le donne!

Per quale perversa ragione usare il termine FEMMINA? Sappiamo tutti che nell’immaginario collettivo è un’accezione negativa.
Si immagini l’esplosione devastante di questo disgraziato termine, femmina, femmina, femmina, che pulsa nella mente dell’uomo che ucciderà, perché frustrato, perché ignorante, perché disgraziato, perché egli stesso non più Uomo, ma animale maschio. La parola deflagrerà come il colpo di pistola che sparerà, sarà acuminata come il coltello che sferrerà, sarà asfissiante come la corda che stringerà intorno a quel collo immondo di FEMMINA!

E allora, cominciamo da noi stesse, non usiamo più questo termine, offensivo per la nostra condizione umana, lasciamolo andare in soffitta, ma per favore isolato dal resto degli atri termini, come entelechia per i quali urge una rilegittimazione… e così facendo, salvassimo anche una sola vita, avremmo già ricominciato a ritrovare una dimensione degna della complessa Storia dell’Umanità.

Simona Borzi

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