Delitti e tv: l’insensibile spettacolarizzazione che tanto piace a casa nostra

C’era una volta “Studio Uno”: il classico intrattenimento made in Rai fatto di comici, cantanti e soubrette. Oggi, invece, la televisione italiana, sulla scia di quella straniera, inverte la rotta e mette al centro della sua programmazione sempre più delitti e misteri.

Il noir ha da sempre affascinato schiere di lettori cresciuti, ad esempio, con i gialli di Agatha Christie, ma nell’era dell’immagine tutto cambia e ciò che si vede sembra attirare lo spettatore che appare oggi morbosamente attaccato al macabro. Più le storie sono torbide e più l’Auditel sale. Era già successo con il caso della oramai famosissima villetta di Cogne dove, secondo condanna, Anna Maria Franzoni uccise Samuele Lorenzi, suo figlio. Le trasmissioni che si occuparono del caso, mostrando immagini, plastici della villetta e ipotizzando i possibili moventi di quell’assassinio, segnarono l’inizio di nuova realtà televisiva in cui lo spettatore diventa inquirente e non ci sono segni di confine tra ciò che si può e ciò che non si può sapere. E la situazione è solo peggiorata negli anni. Ma c’è, esiste un momento in cui si è superato quel limite, un momento in cui chi sta a casa ha fatto un volo pindarico ed è diventato, suo malgrado, osservatore e scrutatore indiscreto di un dolore reale. È l’ottobre del 2010 e tutte le trasmissioni televisive anche quelle pomeridiane, destinate solitamente all’intrattenimento più “casalingo” fatto di ricette e notizie da rotocalco rosa, si prestano alla cronaca nera parlando continuamente e ossessivamente del caso di una ragazzina scomparsa nelle campagne pugliesi di Avetrana, Sarah Scazzi. Tutto sembra seguire le regole del mercato televisivo. Nei salotti tv ci sono i criminologi, gli avvocati, i parenti della scomparsa, gli amici e gli anziani del paese. Tutti riescono ad elemosinare quei dieci minuti di popolarità. C’è la cugina sempre in lacrime, l’ex fidanzato e la mamma in cerca di verità. A tutti viene concesso di parlare e, ancora peggio, di avanzare ipotesi sulla sorte della ragazza. Ma questo circo mediatico trova il suo raccapricciante culmine durante una diretta di “Chi l’ha visto?”. La mamma di Sarah è invitata a partecipare, ci va e con lei il figlio più grande e l’avvocato di famiglia che segue il caso. Tutto, anche adesso, sembra seguire la norma finché alla conduttrice non arriva un comunicato stampa che parla non più di una scomparsa ma di un cadavere trovato. Si abbattono così tutte le barriere. Si spettacolarizza una morte e questa umiliazione e imbarazzo sta sul volto di quella madre che in diretta nazionale comprende che sua figlia è stata assassinata.

Nonostante episodi come questo abbiano fatto appello alla coscienza di chi i giornali e la televisione la produce e la fa, lo sciacallaggio mediatico non si è fermato anzi è stato riconfermato più forte di prima in casi come quello della morte di Meredith a Perugia o di Yara nel Nord d’Italia. Queste persone sembrano essere state uccise due volte, l’essere vittime di efferati omicidi non le ha rese immuni dalla malata curiosità umana. Vivere in questo millennio fatto di comunicazione veloce, dunque, ha reso gli spettatori più cinici o forse solo più stupidi.

Valentina Paluccio

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