E’ un rapporto a intermittenza quello tra cittadini e istituzioni. Un sistema esautorato, in cui i partiti fanno la guerra per non affondare nella vacuità ideale e progettuale e la democrazia sembra essere snaturata, giacché il cittadino si trova di fronte a una perdita di significato, non sa più cosa sia la politica che gli appare come uno spot piuttosto che un atto concreto.

I giovani si sentono stanchi e incompresi, avulsi da un contesto opprimente che non lascia spazio alle ambizioni. A mancare sono le riforme costruttive precedute da un’analisi seria dei luoghi dove si svolge la vita e si comprendono le reali difficoltà quotidiane.

Santi Romano, giurista del 900’, affermò che ogni ente o corpo sociale, purché condivida una finalità, è classificabile come istituzione; dunque, gli enti, non sono solo luoghi fisici, bensì l’unione d’individui che si sostengono. Ne consegue che le istituzioni generano sempre più disvalori, stante la profonda crisi che affligge gli animi umani e che conduce gli uomini politici ad anteporre il bene personale a quello della res-pubblica. Le istituzioni, quindi, non riescono più a fungere da cerniera tra mondo politico e corpo sociale il quale si sente vittima di un sistema di casta.

La storia italiana – che si tratti di periodo risorgimentale, fase pre-fascista, ventennio fascista, immediato dopoguerra- ha visto la potenza e l’alta qualità delle istituzioni nella base fondante del Paese. Oggi, invece, politica e corpo sociale alimentano congiuntamente il populismo senza offrire una nuova veste alle avvilite istituzioni.

Ma quanto ha influito la globalizzazione nel disfacimento istituzionale? Nei sistemi politici occidentali ci sono larghe fasce della popolazione che si sentono escluse dai benefici della globalizzazione, anzi, sono spesso penalizzate. Non può considerarsi come un fenomeno negativo, né allo stesso tempo, un dispensatore automatico di progresso. Per fornire un contributo decisivo alla crescita economica e civile del mondo, dovrebbe essere sostenuta da politiche lungimiranti. Cina e India, per esempio, sono tra i paesi che hanno saputo godere meglio degli effetti globalizzanti derivati dall’integrazione tra flussi internazionali di merci, servizi e conoscenze.

Dinanzi a siffatti risultati, tuttavia, c’è da dire che la globalizzazione ha ampliato le disparità sociali sia tra i diversi Paesi sia all’interno delle singole nazioni. Anche in quell’Occidente, roccaforte della democrazia, si è allargato il divario tra ricchi e poveri facendo paventare il rischio di rappresaglie demagogiche. La ricerca del profitto spasmodico da parte delle imprese e il ruolo egemonico dell’economia hanno finito per prevalere sull’aspetto politico; la politica, al contrario, dovrebbe guidare gli effetti della globalizzazione. In alcuni casi ha tentato di definire gli aspetti democratici dall’esterno ma con scarso successo. Vedi paesi come la Cina, in cui l’economia corre, ma la democrazia rappresenta solo l’involucro di una scatola vuota in cui la mancanza di diritti, di libertà e di equilibri sconfinano nelle forme più palesi di totalitarismo. La globalizzazione ha creato una situazione di sfiducia tra governanti governati e avverso le istituzioni democratiche.

L’Europa, però, proprio in questo clima di fragilità, dovrebbe dare manforte alle sfide poste dalla globalizzazione riappropriandosi dei principi da cui è nata e riaffermando i criteri su cui è costruita la civiltà occidentale.

Veronica Otranto Godano