Califfato digitale

Barba lunga, capelli rasati e tipica uniforme arancione dei prigionieri di Guantanamo. E’ l’immagine di John Cantlie, giornalista britannico sequestrato a novembre 2012 dallo Stato islamico, apparso così agli inizi della sua prigionia. Un processo d’indottrinamento, forse, per opera dei vertici jihadisti, che l’ha condotto, con il passare del tempo, ad assumere un atteggiamento sempre più convinto e grottesco tra le strade della città curda di Kobane, nel nord della Siria, e a Mosul. Lo show man, infatti, andava in onda dai paesi arabi lanciando moniti contro la politica occidentale e facendo assurgere a modello di buona gestione politica il Califfato.

Insomma, in Siria si vive bene ed è tutto sotto controllo, sembrerebbe voler dire nei suoi sketch, quasi con un ghigno sarcastico. “Vi dirò cosa muove l’Isis veramente. Vi mostrerò la verità di quello che è avvenuto in questi anni” raccontava alle telecamere nell’assurda sit-com confezionata dai media siriani. Una spirale di orrore e sudditanza psicologica, attraverso la quale l’uomo appare prima prigioniero, poi inviato speciale e di nuovo, negli ultimi video, ostaggio abbandonato dal governo britannico. Inoltre, non ci sono conferme ufficiali, ma a fine luglio alcune voci dell’Isis avrebbero annunciato la sua morte. Gli Stati Uniti non confermano nulla, ma non si hanno notizie dal 2016.

“Vi dirò cosa muove l’Isis veramente. Vi mostrerò la verità di quello che è avvenuto in questi anni”

Terrorismo e informazione. Le distorsioni della propaganda jihaidista

L’utilizzo della figura di John Cantlie come strumento propagandistico da parte dello Stato Islamico è stato un colpo di genio. Un’idea balenata nella mente degli esperti di comunicazione dell’Isis, che hanno preferito “riciclare” il personaggio e sfruttarlo a proprio vantaggio piuttosto che giustiziarlo davanti le telecamere. In questo senso, l’utilizzo di Cantlie come divulgatore anglofono del messaggio jihadista non è stata che l’ennesima dimostrazione della sorprendente capacità dell’Isis di mettere in piedi un’autentica fabbrica propagandistica, caratterizzata dall’astuto utilizzo delle più moderne piattaforme digitali. Oltre ai sermoni degli imam fondamentalisti, in grado di radicalizzare e reclutare in pochi giorni nuovi adepti tramite Facebook, Whatsapp, Telegram, ecc., lo Stato Islamico ha difatti creato delle vere e proprie case di produzione, in grado di sfornare contenuti di altissima qualità e sofisticatezza.

Non mancano vere e proprie serie Tv che edulcorano la vita nel Califfato e cortometraggi (i c.d. mujatweet) che ne offrono uno spaccato in chiave eroica e che fungono da contro-narrazione alla versione negativa offerta dai media occidentali. L’Isis è anche riuscito a diffondere video di guerra realizzati montando telecamere GoPro sugli elmetti dei soldati, per conferire un effetto game-like alle loro azioni belliche e perfetti per ingolosire un pubblico più giovane. E’ stato ideato, addirittura, un videogame ispirato al famigerato Grand Theft Auto (Gta).

Lo storytelling islamista: quando la jihad è l’unica soluzione

I giovani sono stati le vittime più appetibili della propaganda Isis. S’intende quei ragazzi nati e cresciuti in Occidente ma spesso spaesati e senza una vera identità, attratti fatalmente da una narrazione accattivante che idealizza al massimo l’esperienza del Califfato. Si utilizzano concetti religiosi fondamentali, quali la jihad, l’egira e il senso di solidarietà verso i fratelli musulmani, ovunque oppressi e vessati dal nemico occidentale. Nella visione salafita dell’Islam, l’Occidente è il nemico numero uno, l’incarnazione del male assoluto rappresentato da un manipolo di usurpatori che dalle Crociate alle moderne campagne miliari in Medioriente hanno occupato le terre sacre massacrando le vite di migliaia di innocenti.

Nella retorica jihadista, l’Occidente è un virus, una malattia infettiva che contamina e divora la purezza e l’autenticità dell’Islam. Questa è la narrazione ideologica veicolata dai fondamentalisti dell’Isis, una campagna fatta di odio e rancore, che fa breccia negli animi inquieti dei musulmani i quali in Europa soffrono, perché spesso relegati negli anfratti più bui della società.

Giornalisti in tempi di guerra : la vita prima di tutto

 

Essere giornalisti in terre di guerra, oggi, costituisce una missione, un rischio che richiede coraggio e amore per la verità: migliaia sono, difatti, i reporter che annualmente perdono la vita e sacrificano loro stessi svolgendo il proprio lavoro. Temono forse, gli estremisti che il giornalista sia, prima di tutto, un attivista politico, un dissidente?

ll terrorismo estremista rifiuta il concetto di neutralità: guarda al giornalista come obiettivo avvicinabile e su cui far espiare la colpa dell’appartenenza all’Europa, alla globalizzazione, alla modernità. Respinge il concetto di democrazia di pensiero e di libertà intellettuale, ostracizzando la figura simbolo dell’informazione, del sapere, dell’obiettività. E li mettono a zittire con strumenti brutali, arrivando fino alla morte.

Secondo un’ analisi pubblicata dal Committee To Protect  Journalists,sono almeno ventisei i giornalisti morti durante i combattimenti, in diversi teatri di guerra, nel 2016: i paesi più pericolosi risultano essere la Siria al primo posto seguita da Iraq e Yemen e Afganistan. Questi dati si intrecciano inevitabilmente con quelli relativi alla libertà di stampa : il Word Press Freedom Index, l’indice che misura la libertà di stampa nel mondo evidenzia come i paesi più conflittuali di cultura islamica siano anche i meno sicuri sul fronte dell’informazione.

Se potesse ancora parlare, John Cantlie rifarebbe comunque il giornalista di guerra?

Giovanni Diana

Salvatore Ferrarelli

Rossella Murica

Veronica Otranto Godano