C_4_articolo_2049031_upiImageppSu un noto sito internet, nel quale, vengono proposte petizioni di varia natura e genere, Change.org, è stata proposta l’abolizione dei compiti a casa, con vari punti per i quali i compiti sarebbero deleteri. La petizione è stata fermata da 10mila sostenitori, per lo più genitori, ed è stata appoggiata da varie associazioni ma anche autorità del settore, come giornalisti, docenti universitari, pedagogisti e psicologi. Riportiamo qui la motivazione della petizione proposta.

  • sono inutili: le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate a comando (interrogazioni, verifiche…) hanno durata brevissima: non “insegnano”, non lasciano il “segno”; dopo pochi mesi restano solo labili tracce della faticosa applicazione;

  • sono dannosi: procurano disagi, sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura, oltre alla certezza, per molti studenti “diversamente dotati”, della propria «naturale» inabilità allo studio;

  • sono discriminanti: avvantaggiano gli studenti avvantaggiati, quelli che hanno genitori premurosi e istruiti, e penalizzano chi vive in ambienti deprivati, aggravando, anziché “compensare”, l’ingiustizia già sofferta;

  • sono prevaricanti: ledono il “diritto al riposo e allo svago” (sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo) riconosciuto a tutti i lavoratori – e quello scolastico è un lavoro oneroso e spesso alienante: si danno anche nelle classi a tempo pieno, dopo 8 ore di scuola, persino nei week end e “per le vacanze”;

  • sono impropri: costringono i genitori a sostituire i docenti; senza averne le competenze professionali, nel compito più importante, quello di insegnare a imparare (spesso devono sostituire anche i figli, facendo loro i compiti a casa);

  • sono limitanti: lo svolgimento di fondamentali attività formative (che la scuola non offre: musica, sport…), oltre gli orari delle lezioni, che richiedono tempo, energie, impegno, esercizio, sono limitate o impedite dai compiti a casa;

  • sono stressanti: molta parte dei conflitti, dei litigi (le urla, i pianti, le punizioni…) che avvengono tra genitori e figli riguardano lo svolgimento, meglio il tardivo o il mancato svolgimento dei compiti; quando sarebbe invece essenziale disporre di tempo libero da trascorrere insieme, serenamente;

  • sono malsani: portare ogni giorno zaini pesantissimi, colmi di quadernoni e libri di testo, è nocivo per la salute, per l’integrità fisica soprattutto dei più piccoli, come dimostrato da numerose ricerche mediche.

Da che mondo è mondo i compiti sono sempre stati dati, sono sempre stai eseguiti, anche senza l’ausilio dei genitori, in quanto non preparati adeguatamente al lavoro richiesto. Ultimamente, però, sembra che qualsiasi forma di inculturazione stia diventando un mero strumento distruttivo e deleterio per la “salute” di tutti, in questo caso dei bambini. Analizziamo e smontiamo punto per punto quanto riportato da questa petizione.

I compiti sarebbero inutili. È vero, non può essere negato, che la questione indottrinamento forzato non è la soluzione giusta a plasmare le nuove generazioni. I compiti, infatti, non dovrebbero essere considerati come uno strumento utile solo allo smaltimento delle interrogazioni e dei compiti in classe, ma come uno strumento utile e necessario ad imparare nuove nozioni. La cultura, infatti, non è un dovere, deve essere un piacere. Non è una malattia, ma è al contrario un dono che deve essere sfruttato al meglio. Avere una cultura, per quanto non voglia dire sapere a memoria delle nozioni, ma essere in grado di avere una mente critica tale da non accettare qualsiasi informazione o verità data in pasto a tutti. Serve a dare libertà. Quindi, i compiti a casa e quello che viene detto ingurgito di nozioni, non deve essere proposto come un obbligo o un fastidio che deve essere tolto di mezzo, ma deve essere proposto ai bambini come una opportunità per crescere conoscendo il passato, nel caso della storia, o conoscendo il mondo che lo circonda.

Sono dannosi perché creano disagio e odio verso la scuola. Come possono dei compiti creare disagio? È vero, nelle scuole sono iscritti dei bambini, o dei ragazzi, che hanno delle difficoltà di apprendimento e delle disabilità. Esistono, però, molti, moltissimi studiosi che hanno elaborato delle didattiche individualizzate, grazie alle quali si dovrebbe aiutare i -in generale- disabili a superare le loro difficoltà. Proporre una quantità e una personalizzazione dei compiti sarebbe un’alternativa ragionevole, ma lo studio, ripetiamo, non è uno strumento che serve a degradare e a umiliare, ma a stimolare all’auto-miglioramento, a prendere auto-consapevolezza di sé e dei propri mezzi. È condannabile il fatto che, nonostante la nuova riforma scolastica, non sia stato preso in considerazione un cambiamento fondamentale: cioè quello di introdurre delle figure educative specializzate alle varie problematiche di apprendimento e di disabilità che possono esserci in una classe. Queste figure sono necessarie a far sì che queste difficoltà non diventino insormontabili, ma che siano superare, se non completamente almeno in parte. Chi dice che un dislessico non debba avere la possibilità di imparare e sperimentare le sue capacità di apprendimento? È complicato, ma non è di certo una discriminante, visto, come detto, l’esistenza di specialisti che hanno la capacità di superare i disturbi di apprendimento. Il non mettersi in gioco è più dannoso dell’affrontare e fronteggiare le difficoltà.

I compiti, inoltre, sarebbero discriminanti. Alcuni genitori non hanno la stessa preparazione che hanno altri genitori. Non tutti i genitori sono laureati, ognuno ha fatto delle scelte di vita differenti. Proporre di togliere i compiti da scuola vuol dire esercitare un potere lesivo verso i propri figli. Vuol dire decidere per loro che strada prendere, cosa fare e non aver la possibilità di impegnarsi. Vuol dire privarlo del diritto allo studio per il quale per tanti anni si è combattuto, cercando di far diventare le scuole alla portata di tutti e non solo di ricchi possedenti o di maschi, in quanto alla donna era consentito solo fare la casalinga. I compiti, essendo uno strumento di istruzione e non una gara a chi fa meglio, sono un metro di giudizio per comprendere quanto si è capito in classe. La lezione teorica è la classica strategia didattica che viene utilizzata in classe, ma com’è stato dimostrato ascoltare cinque o sei ore di lezione è fisiologicamente impossibile, perché l’organismo stesso non regge al peso della concentrazione richiesta. Quindi non si può affidare solo alla lezione in classe il compito di educare ed istruire. Non riuscire in qualcosa non è umiliante, è uno stimolo a superarsi. Quando non si riesce a completare un compito in classe lo si riprende e lo si spiega in modo che sia chiaro.

I compiti sarebbero impropri perché costringono i genitori a sostituirsi agli insegnanti. Si ripete quanto detto in precedenza. Lo svolgimento dei compiti non è una gara, ma uno strumento di apprendimento che deve essere considerato come opportunità. Non riuscire in qualcosa non vuol dire essere incapaci, quindi non deve essere una vergogna andare a scuola e chiedere la spiegazione al professore.

Sarebbero prevaricanti perché il bambino ha il diritto al riposo. Vero, è stato pedagogicamente e psicologicamente provato che il tempo libero è utile, qualora il bambino si dedichi a dei giochi spontanei che servono a utilizzare e affinare le propria capacità. Stiamo parlando di studiosi del calibro di Jean Piaget, della Montessori, che al gioco univa il lavoro, o meglio il gioco come strumento di insegnamento e di auto affermazione, imparando in autonomia a badare a sè e alle proprie faccende. Stiamo parlando anche di Lev Vygowsky, di Bruno Bettelheim o di Geoge Mead o Malinowski. Tutti studiosi di un certo calibro, che però non hanno mai parlato di inutilità dello studio. Nella nuova attuale era tecnologica la maggior parte del tempo libero si trascorre, già in età molto precoci, davanti al PC, davanti ai tablet o alle console dei videogiochi. Questi non sono metodi per affinare le proprie capacità, ma serve sostanzialmente a impigrire il cervello, a renderlo incapace di ragionare, di formulare pensieri, di essere libero, indipendente, impedisce di essere.

Sarebbero stressanti perché si creano i conflitti. Si riporta tutti ai punti precedenti. I compiti, l’apprendimento non deve essere proposto come un obbligo, ma come un metodo per diventare persone, per diventare cittadini, per, come detto, essere: cogito ergo sum diceva Cartesio, penso quindi sono.

Sarebbero malsani perché gli zaini sono pesanti. Cosa cambierebbe se non ci fossero i compiti? I libri sarebbero lasciati a scuola? La si può fare anche con l’esistenza di compiti, lasciando a scuola i libri e i quaderni di cui non si ha bisogno.

In sostanza abolire i compiti, secondo alcuni sarebbero sarebbe una liberazione. Una liberazione per rendersi pigri e incapace di ragionare, di pensare, di vivere come una persona degna di tale nome che ha creato una sua identità e una personalità. Quindi abolire i compiti sarebbe una liberazione o una condanna ad una vita di stenti, intendendo come stenti l’astinenza di materiale educativo-formativo? Parliamo chiaramente. Quando un, ormai, studente adulto vorrà continuare gli studi andando all’università, come farà ad approcciarsi allo studio? Al ritmo del corso di laurea? Uno studente che ha svolto sempre nel migliore dei modi la sua attività scolastica ed extrascolastica trova difficoltà nell’approcciarsi al nuovo mondo, cosa farebbe uno studente che non ha un metodo di studio? Sarebbe condannato ad abbandonare il suo sogno. E per smentire quanto detto in precedenza sulla questione disabilità, il 2 marzo i colleghi de La Repubblica hanno riportato la notizia e la storia di un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che si è laureato in letteratura moderna. Come dice il Rettore dell’Università di Palermo, dove il ragazzo si è laureato, questa è una lezione di impegno e di volontà!

Cristina Mariano