Di Simona Borzi – Oggi è un caos. Ma noi non ci dobbiamo arrendere. Dobbiamo andare avanti. Questa crisi finirà”. Era così – con un pensiero positivo, carico di speranza – che si chiudevano le nostre conversazioni, quando si analizzavano i tempi odierni, le preoccupazioni sul futuro lavorativo, il da farsi, i progetti, i sogni. A pochissimi giorni di distanza dalla scomparsa del professore Lucio Avagliano, ordinario di Storia economica presso la Facoltà di Scienze Politiche all’Università degli Studi di Salerno, rendere un piccolo omaggio alla sua memoria è stato un bisogno istintivo.

Sono stata la sua ultima allieva e la più diligente – mi diceva sempre – premiata con un 30 e lode in Storia economica, il primo nella mia carriera universitaria fatta di studi giuridici, in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e Politiche, Istituzioni e Territorio.

Ho voluto raccogliere la testimonianza anche di un altro suo allievo, Alfonso Cavallaro, uno tra i migliori e più appassionati della sua materia, cresciuto con le sue idee di Liberismo e libertà individuale, Europeismo, libero mercato e sistemi di controllo, oggi più che mai attuali. Alfonso lo racconta come “uno dei miei professori universitari che hanno contribuito maggiormente alla mia formazione politica, economica ma soprattutto umana. Conserverò con cura i suoi insegnamenti così come conserverò con cura i suoi libri, affinché il suo ricordo non finisca”.

Quando insegnava presso il campus di Fisciano, l’Università era ancora strutturata didatticamente in facoltà, prima che queste fossero poi accorpate negli attuali Dipartimenti. Il prof Avagliano era stato Preside della Facoltà di Scienze Politiche dal 1992 al 1995, da lui stesso creata presso il campus di Fisciano, dove in origine vi era solo un corso di laurea presso Giurisprudenza.

Alfonso, in particolare, ricorda di aver conosciuto, nei corridoi della facoltà di Economia, davanti al suo studio, “quest’uomo di piccola statura, un po’ in là con gli anni, ma con un sorriso vispo, solare e disponibile. Riusciva a farci seguire attentamente le sue lezioni di Storia economica e Storia industriale con il suo modo del tutto personale di fare lezione. Ci spronava sin da subito ad esprimere le nostre idee ed i nostri pensieri. Si creavano gruppi di studio e di discussione”.

Mai del “lei”, chiamava i suoi studenti per nome, per accorciare le distanze e non farci avvertire quel tipico timore reverenziale che può provare un giovane studente verso un professore universitario. Le sue lezioni “all’americana” – come amava chiamarle – erano ricettacolo di teorie e riflessioni sapientemente messe in ordine dalla sua guida. Durante una di queste, condivise con noi una delle sue genuine massime: “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, che Alfonso ed io abbiamo rievocato spesso! E lui, da questo punto di vista non insegnava, ci indirizzava e ci aiutava a ragionare mettendoci a disposizione tutti gli strumenti umani di cui disponeva. Non lo abbiamo mai visto una volta dietro ad una cattedra. Nell’aula in cui teneva le lezioni, c’era una tavola rotonda attorno alla quale invitava gli studenti a sedersi per leggere i suoi testi, intrisi di lezioni sulla storia del capitalismo americano, di cui era un grande appassionato, se ne discuteva insieme e si affrontavano varie tematiche alla luce delle questioni attuali. L’esame per lui era ‘solo una formalità’ che poco aveva a che fare con la sua idea di insegnamento.

Ho avuto il piacere e l’onore di far parte dei ‘gruppi culturali e di studio’ che ha continuato ad organizzare anche dopo essere andato in pensione. Perché il prof Avagliano, non ha mai smesso di studiare, fino a quando la lucidità della mente glielo ha consentito. Tornava quasi tutti i giorni in quello che si era trasformato nel Dipartimento di Scienze Storiche e Sociali, dove, oramai anzianotto e con difficoltà a camminare e scrivere, si sentiva un po’ spaesato. Sedeva alla sua scrivania e niente e nessuno riusciva a fermare la sua forza di volontà. Convocava riunioni con colleghi, organizzava incontri culturali, dibattiti, convegni. Uno di questi, il primo di una serie in cui il professore volle coinvolgermi personalmente, il 17 maggio del 2010, “Il presidenzialismo all’italiana”, in occasione del quale ebbi modo di ammirare la grande e sbalorditiva forza di quest’uomo pieno di entusiasmo, voglia di contribuire a cambiare la società per renderla più giusta, infondere speranza e tenacia nei giovani.
Il preambolo di una lunga collaborazione professionale (sfociata nella proposta di contribuire come redattrice alla rivista scientifica universitaria da lui stesso creata e diretta, “SinTesi”, edita da Franco Angeli e alla quale teneva moltissimo, soprattutto negli ultimi anni di vita), accompagnata da un rapporto fatto di scambi di idee, opinioni politiche, lunghe chiacchierate, consigli, amicizia, stima, ammirazione, affetto. E poi i convegni a Roma, gli articoli che mi dettava da pubblicare su SinTesi e quelli per Lèggi (che si pregia di avere anche la sua firma), la sua passione per il tennis, la cucina della sua cuoca Maria, i brani suonati al pianoforte, i racconti di quel viaggio in America che avrebbe tanto voluto rifare, quelli sugli incontri con Gabriele De Rosa, le lezioni di Don Sturzo e quelle sul capitalismo americano, libri, riviste e dischi ovunque nella sua casa, le cui porte erano aperte ai suoi collaboratori ed intellettuali amici con i quali teneva incontri culturali in un clima di convivialità, continuando, oltre le aule dell’università, a formare chi ha avuto il piacere e l’onore di collaborare con lui, oggi punto di riferimento per chi voglia approfondire la storia del capitalismo americano.

Tanti i ricordi che fluiscono nella mia mente mentre scrivo di getto queste poche righe, nell’intento di lasciare nero su bianco qualcosa di lui, Lucio Avagliano. Non abbiamo foto insieme, perché non amava farsi fotografare.

Cultura, etica, religiosità, umanità in un unico piccolo grande uomo. Più che un professore, ci sentiamo di dire di aver perso un mentore.

Arrivederci CARO professore.

CONDIVIDI