Di Carla Zambrano – Per quanto remoto, perduto in un passato dai tratti sbiaditi e fumosi, non si dà fatto storico che non possa, e non debba, essere riletto – rivissuto, perfino adesso. Non esistono vicende immobili, né sclerotizzati cimeli.

La storia non riposa nei musei (che pur offrono impagabili tracce, fonti del passato a partire da cui si sviluppa ogni lavoro e riflessione, ogni ricostruzione). La storia è nel pensiero, nei suggerimenti per l’azione. Già Benedetto Croce, non si stancò mai di ricordare che la storia è pensiero e azione, e dedicò, a tali  argomentazioni, un volume famoso, in cui si legge che la storia è pensiero, perché prende forma e sostanza nella riflessione, ed è azione, giacché è sempre contemporaneo bisogno di interrogare i fatti per individuarne una ratio che possa suggerire una eventuale norma d’azione.

Poi è arrivato il 13 Novembre e i suoi boati, non inferiori in quanto a numero alle lacrime versate da un’Europa che si è sentita pugnalata all’addome. Al termine del caos rumorosissimo, è calata una ingombrante assenza di rumori che ha inaugurato il tempo del dolore e della riflessione.

Chi scrive non intende esprimere la propria opinione in merito a quanto è accaduto, né azzarda previsioni su ciò che sarà: ha voluto cercare delle domande e delle risposte nella memoria mia, che non è solo individuale ma è stratificazione collettiva, in quanto patrimonio di un Occidente che si fa vanto di essere civilissimo e – amo gli ossimori – laicissimo, altare del sapere (e, si badi, non sto dicendo che in parte non sia così). Si è chiesta e fin dove, nel tempo, sia lecito andare a ritroso per ricercare le cause degli ultimi fatti.

Ha scelto di partire da un assunto che, più che storico, è linguistico. Islàm è il termine arabo che indica la sottomissione alla volontà di Dio. Islàm non è “invenzione” dei secoli nostri, ma una religione la cui rivelazione fu affidata, tramite l’Arcangelo Gabriele, ad un profeta, Muhammad, nel VII secolo. Dal momento che il Profeta, quando ordinò la distruzione delle icone custodite alla Mecca volle far salva l’immagine della Vergine col Bambino, pare impresa assai agevole mostrare che Maometto non ha affatto suggerito la distruzione delle altri religioni. É inoltre documentato che il Profeta abbia piuttosto incitato i muslim al rispetto nei confronti delle altre comunità religiose, soprattutto di quelle “del Libro” (quelle che avessero, cioè, un “Libro” sacro di riferimento, per cui Ebraismo e Cristianesimo rientrebbero appieno in tale monito al rispetto).

Vero è che potere politico, fatto economico e credo religioso nell’Islam, fin dalle origini, sono talvolta tanto vicini che i confini di ciascuno in taluni casi si confondono, e che non pochi sono gli stati islamici in cui la religione è affare di Stato. Mi risulta che, in effetti, la morte senza eredi di Maometto provocò guerre intestine, e che Maometto stesso organizzò una resistenza armata per rientrare alla Mecca, da cui era stato scacciato perché le sue predicazioni monoteistiche cozzavano con i culti dei vari idoli custoditi nel tempio della Ka’ba a la Mecca. Ma è pur sempre vero che dall’angelico dettato Coranico e dalle prescrizioni maomettane pure e originarie, al 2015 troppi secoli sono trascorsi per avere le presunzione di credere che i sadici amanti della paura (che agiscono in nome di un Dio che qui c’entra troppo poco per essere anche solo coinvolto in una discussione di tal genere) seguano gli insegnamenti di Maometto, e non piuttosto una loro farneticante e sedicente interpretazione.

Attribuire a tutto l’Islam le stragi del terrore costituirebbe un reato non meno vergognoso che pretendere dal civilissimo Occidente scuse formali per l’eccidio cinquecentino degli Indios. Additare tutto il mondo mussulmano come responsabile di quanto sta accadendo non sarebbe meno ridicolo di una pubblica ammenda di ogni neonato cristiano in merito alle Crociate, in quanto non è certo col beneplacito in nome di Dio che avvengono eccidi, ma per iniziative individuali più che opinabili. I fanatismi, di qualsiasi sfumatura, non risultano riconducibili a nessuna categoria, in quanto sfuggono a ogni definizione. Oggi si bombarda in Siria forse per esigenza (più o meno condivisibile) di bruciante vendetta, ma se fosse un errore clamoroso? Se fosse in grado, tale piano, di innescare una sinistra serie di reazioni imprevedibili? E se sfuggisse a non pochi che il popolo siriano è  esso stesso vittima ammutolita di un regime che di religioso ha poco, oltre l’alibi?

Sarebbe doveroso – ma risulta forse impossibile – indagare sui meccanismi tramite cui le menti deboli e “guaste” si infarciscono di odio, secondo un processo che si fa ancor più agevole laddove c’è molto spazio vuoto, e non si hanno a disposizione altre nozioni se non quelle tratte da una religione male interpretata.

E se si potesse ipotizzare che quando si sa poco, molto poco, ci si aggrappa a quel nulla che diventa dilagante, ipertrofico, fino ad impossessarsi,  negli animi di indole più atroce, di ogni angolo della mente e del cuore? E se qui non fosse in discussione l’ignoranza scolastica, ma la (dis)umana e laica pochezza?

Chi odia infarcisce il proprio nulla di argomentazioni illegittimamente attribuite alla propria cultura, finge di prenderne a prestito un ideale, lo stupra, lo ri-argomenta a modo suo. E se si cominciasse a ragionare sulla possibilità che stia nell’utilizzo delle interpretazioni il dilemma? Davvero si è tanto civili, in Occidente, da non ricordare che l’Islam moderato, dialogato, fluidificato nella nostra stessa cultura (eppur sempre integro) non costituisce un problema ma anzi uno strumento ermeneutico irrinunciabile in grado di offrire un’altra prospettiva, meno “parziale” della nostra?

Qualcuno, poi, suggerisce la chiusura delle frontiere, come se essa bastasse davvero ad arginare il fanatismo religioso, o a bloccare l’ignoranza umana travestita da credo. In merito non so esprimermi, e qualora sapessi farlo non lo farei, comunque, giacché troppo complessa risulta la faccenda, troppo relative le verità singole, troppo azzardate le mie considerazioni, tanto che credo sia più auspicabile il silenzio. Mi basta lasciare qui una suggestione – da cui ciascun può trarre le proprie conclusioni – di qualcuno che ha preceduto tutti noi nel tempo, e che sicuramente precede me in acume. Un certo filosofo tedesco mi suggerisce che la forma sferica della Terra è funzionale alla sua percorribilità, e che la sua rotondità invita a percorrerlo tutto, il mondo.

E se la chiave fosse preservare la preziosità vitale degli incontri, di cui la sfericità della Terra è richiamo, senza paure, ma facendo della doverosa prudenza e della efficacia tutela che dovrebbero essere proprie degli Stati e delle relazioni internazionali le uniche armi?

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